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Falso in bilancio, servono i fatti

Le valutazioni non incideranno sul falso in bilancio che, invece, atterrà ai fatti «materiali rilevanti non rispondenti al vero» la cui comunicazione è imposta dalla legge. Nelle quotate l’illecito si verificherà anche nel caso di meri fatti non rispondenti al vero, non essendo richiesta la rilevanza degli stessi.

I reati commessi da società non fallibili passano da fatti non punibili per particolare tenuità a fatti di lieve entità, punibili con l’arresto fino a tre anni. Per queste società il reato diventa punibile a querela di parte. Sono queste le principali modifiche introdotte dal Governo sul falso in bilancio alla proposta di legge sulla corruzione, che ora passa al vaglio della commissione giustizia del Senato (si veda ItaliaOggi di ieri).

L’irrilevanza delle valutazioni. La modifica, di certo più rilevante introdotta dal governo al nuovo testo, riguarda la sostituzione nell’art. 2621, c.c., delle situazioni che vanno a configurare il reato di falso in bilancio. Mentre nella prima bozza del testo ante modifiche si disponeva che il reato andava a configurarsi in capo ai soggetti indicati quando questi « nel caso in cui al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono informazioni non rispondenti al vero ovvero omettono informazioni la cui comunicazioni è imposta dalla legge » ora si prevede «… consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge».

Ne consegue che per la configurazione del reato sia ora necessaria la «materialità del fatto», cioè la circostanza che le falsità devono riguardare situazioni non sussistenti nella realtà. È il caso, per esempio, dell’iscrizione in bilancio di beni che non esistono o di quantità inventate, nonché dell’omissione di poste passive (per esempio, debiti) mentre le valutazioni sfuggirebbero alle logiche della materialità di un fatto non rispondente al vero. L’irrilevanza penale delle valutazioni appare peraltro rafforzata anche dalla mancata previsione, presente nell’attuale testo normativo dell’art. 2621 c.c., che stabilisce la punibilità «di fatti materiali non rispondenti al vero “ancorché oggetto di valutazioni”», locuzione scomparsa nell’attuale testo al vaglio della commissione giustizia.

Il contenuto dell’articolato in commento appare rivoluzionario in quanto escluderebbe dalla punibilità tutte quelle situazioni (come, per esempio, la valutazione delle rimanenze, dei crediti, delle partecipazioni ecc.) legate a elementi valutativi, mentre le ipotesi di false comunicazioni sociali sarebbero limitate a circostanze oggettivamente e quantitativamente determinabili.

Da rilevare, inoltre che mentre nelle società non quotate i fatti materiali devono essere «rilevanti» nelle quotate tale rilevanza non è richiesta, poiché, come si legge nella relazione di accompagnamento « le società quotate nel mercato azionario richiedono una disciplina più rigorosa di formazione del bilancio per la dimensione pubblica che le stesse rivestono».

Fatti di lieve entità e non punibilità per particolare tenuità. Nei fatti di lieve entità punibili con la pena da sei mesi a tre anni, valutati tenendo conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità e degli effetti della condotta vengono inseriti, fra gli altri, quelli attinenti alle società non fallibili (nella precedente versione del testo considerati non punibili). Per queste ultime società (invero di risibili dimensioni visto che il superare i 200 mila euro di fatturato in uno degli ultimi tre esercizi renderebbero già l’ente assoggettabile a fallimento), viene inoltre previsto che il delitto sia procedibile a querela della stessa, dei soci, dei creditori sociali e degli altri destinatari della comunicazione sociale, nei limiti temporali di cui all’art. 124 c.p. (quindi tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce il reato).

Nell’art. 2621-ter c.c. viene confermato l’esimente della non punibilità per particolare tenuità da valutare sulla base della particolare tenuità di cui all’articolo 131-bis del codice penale di imminente introduzione (non punibilità del fatto sulla base della «leggerezza dell’offesa e non abitualità del comportamento»). Il giudice in tal caso sarà tenuto a valutare, prevalentemente, l’entità del danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori.

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