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Falso in bilancio a peso variabile

Quest’anno la stagione dei bilanci, che inizierà nei prossimi giorni, dovrà fare i conti anche con i nuovi delitti di false comunicazioni sociali, in vigore dal 14 giugno 2015, già oggetto in questi mesi di ripetuti (e contrastanti) interventi giurisprudenziali (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri). I soggetti attivi sono gli stessi del passato: amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci e liquidatori. Per l’individuazione della condotta occorre invece distinguere tre ipotesi: società non quotate, società quotate, società non fallibili.
Società non quotate
La fattispecie, sanzionata con la reclusione da uno a cinque anni, riguarda la consapevole esposizione di fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero l’omissione di fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo a indurre altri in errore. Vi rientrano quindi non solo il conto economico e lo stato patrimoniale ma anche la nota integrativa, le varie relazioni degli amministratori, dei sindaci e così via. Si ricorda che nella nozione di «fatto materiale» rientrano tutti i dati oggettivi che attengono alla realtà economica, patrimoniale e finanziaria della società. Circa le valutazioni, la Cassazione è già intervenuta con tre pronunce e nell’ultimo intervento, rettificando l’orientamento espresso nella sentenza 890/16, viene evidenziato che esse (a determinate condizioni) sono fuori dai fatti materiali e quindi dalla condotta penale. Nel caso specificio, però, è stato ritenuto fatto materiale l’errata determinazione del valore di partecipazioni. In ogni caso è importante, per evitare la rilevanza penale, osservare i criteri di redazione del bilancio previsti dal codice civile e dai principi contabili. È prevista una riduzione della pena (da sei mesi a tre anni) allorché i fatti siano di lieve entità, da valutare, per espressa previsione, tenendo conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta.
Società non fallibili
Per le società non soggette alla disposizioni sul fallimento (nei tre esercizi antecedenti o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore, hanno un attivo patrimoniale complessivo annuo non superiore a 300mila euro; ricavi lordi annui non superiori a 200mila euro; debiti anche non scaduti non superiori a 500mila euro) il delitto è procedibile soltanto a querela ed è sanzionato con la reclusione da sei mesi a tre anni. Per queste società viene esclusa la rilevanza penale in caso di «lieve entità» che invece per le altre società costituisce un‘attenuante.
Per le false comunicazioni sociali commessi in danno di società non quotate o non fallibili è possibile l’applicazione dell’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto. A tal fine il giudice deve valutare in modo prevalente l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori.
Società quotate
Per le quotate, cui sono equiparate le emittenti strumenti finanziari negoziati e le loro controllanti, è prevista una disciplina di particolare rigore (reclusione da tre a otto anni). Anche in questa ipotesi il delitto si consuma attraverso le due condotte di esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero ovvero di omissione dei medesimi. Rispetto alle non quotate, i fatti materiali non rispondenti al vero non devono essere “rilevanti”. Vi è così un’estensione della rilevanza penale per le società quotate, anche per fatti non veritieri ritenuti di scarsa rilevanza.
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