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Falsi, la querela azzardata è una concorrenza sleale

di Selene Pascasi

Presentare una querela di contraffazione in modo azzardato e imprudente è concorrenza sleale e legittima il querelato al risarcimento del danno. Risponde di abuso di querela, dunque, il legale rappresentante di una ditta che denunci il concorrente senza elementi sufficienti a sostenere l'accusa di contraffazione. Lo puntualizza il Tribunale di Torino, sezione Proprietà industriale e intellettuale, con sentenza depositata il 2 febbraio 2012.
Una ditta torinese che fabbrica e vende caschi per motociclisti aveva querelato un concorrente belga, responsabile – a suo dire – di aver contraffatto il proprio brevetto industriale. La denuncia fa scattare il sequestro preventivo, che la Guardia di finanza esegue durante la prima esposizione fieristica dei prototipi. Prevedibile la reazione dell'azienda straniera, che porta il caso in Tribunale affermando l'originalità del brevetto, in quanto i caschi prodotti montano un meccanismo di scorrimento nettamente diverso da quello protetto. Era la querelante, semmai, a versare in responsabilità aggravata per aver "preteso" il sequestro in modo «assolutamente imprudente e gravemente illegittimo». Di qui l'azione volta a ottenere la condanna della controparte al risarcimento del danno emergente (consulenze, costi partecipativi all'evento fieristico, spese pubblicitarie per contrastare gli effetti negativi del sequestro) e del danno all'immagine commerciale. Il Tribunale accoglie la domanda e impone di risarcire la danneggiata con un'ingente somma. In questo caso, specificano i giudici, la querela è un atto di concorrenza sleale e non una legittima azione di privativa.
Per la prima volta un giudice di merito supera il limite apposto dalla giurisprudenza circa l'efficacia causale dell'iniziativa privata, rispetto al danno patito dal querelato. L'orientamento, finora, era quello di escludere il diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla denuncia di un reato procedibile d'ufficio, trattandosi di un atto che si limita a sollecitare l'avvio del procedimento penale. Ciò in quanto sarebbe l'attività pubblicistica dell'organo titolare dell'azione penale a cagionare l'eventuale pregiudizio. Ma questa volta il Tribunale puntualizza: se si abusa della denuncia, sporgendola con modalità «gravemente azzardate ed imprudenti», il nesso non si interrompe e il querelante dovrà pagare i danni.
D'altro canto, la Cassazione (560/05) aveva già chiarito che la tutela del privato viene meno ove questi chieda l'intervento dei giudici agendo con colpa grave. Nel pronunciarsi, poi, i giudici di Torino si soffermano su altre due questioni chiave: la sussistenza, o meno, della contraffazione, e l'integrazione di atti di concorrenza sleale da parte della querelante. Sotto il primo profilo, il collegio distingue tra contraffazione semplice e "per equivalenti", che si realizza quando, nonostante le difformità estrinseche ed evidenti, due prototipi sono sostanzialmente uguali. Tale figura è stata elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza per offrire al titolare del brevetto «una tutela più ampia di quella che deriva dalla privativa i cui limiti devono essere ricavati dal testo brevettuale».
Una privativa, pertanto, può ritenersi violata – anche senza una perfetta riproduzione – ove presenti varianti non significative. Ma nel caso di specie il raffronto dei brevetti aveva escluso qualsiasi interferenza. Così, il Tribunale aggiunge un ulteriore argomento. La denuncia è un legittimo strumento anti-contraffazione, ma «chiunque sia titolare di un diritto, e quindi anche titolare di una privativa industriale, è tenuto ad esercitarlo nel rispetto del generale doveri di prudenza». Diversamente, si assisterebbe – annotano i giudici, con richiamo a Cassazione, 20106/09 – all'«ingiusta lesione dell'altrui diritto» oltre che all'ingiusto «perseguimento di risultati diversi e sproporzionati rispetto a quelli per i quali la tutela è stata apprestata». Prudenza, quella richiesta, che la querelante non aveva osservato, sporgendo denuncia priva di elementi concreti «per sostenere fondatamente, ma anche per sospettare fondatamente» che i caschi comprendessero la tecnologia brevettata (occorrendo, a tal fine, lo smontaggio dei prototipi).
 

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