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False comunicazioni, peso alle valutazioni

Con il deposito delle motivazioni della sentenza della V Sezione penale n. 890 del 12 gennaio scorso, la Corte di cassazione ha chiarito le ragioni per le quali le valutazioni estimative assumono rilevanza ai fini del delitto di false comunicazioni sociali di cui all’art. 2621 c.c., anche a seguito dell’intervenuta modifica della norma incriminatrice testé citata.

Come è noto, infatti, la modifica legislativa introdotta dall’art. 9, legge 27 maggio 2015, n. 69, ha definito come suscettibili di integrare il reato di cui all’art. 2621 c.c. le false rappresentazioni di «fatti materiali rilevanti», elidendo l’inciso «ancorché oggetto di valutazioni» contenuto nella previgente versione della stessa norma.

Nonostante la novella legislativa, la Suprema corte, riprendendo le argomentazioni già contenute nella «Relazione per la V Sezione penale – Rel/V003/15» del 15 ottobre 2015 dell’Ufficio del Massimario, ha ritenuto come l’eliminazione dell’espressione «ancorché oggetto di valutazioni» non avesse alcun effetto materiale sulla definizione dell’elemento oggettivo del reato. Tale ultima espressione avrebbe avuto, infatti, una finalità «meramente esemplificativa e chiarificatrice» di come nella nozione di «fatti materiali», la cui falsa rappresentazione avrebbe comportato la violazione della norma incriminatrice, fossero già ricompresi i giudizi di stima (e.g. stima di esigibilità di crediti, di passività potenziali ecc.).

Avendo sostanzialmente negato effetto innovativo all’intervento legislativo sopra citato, la Suprema corte ha quindi statuito che le valutazioni estimative integrano il reato di false comunicazioni sociali laddove non siano coerenti rispetto a parametri fissati dalle norme in materia di redazione di bilancio (codice civile, regolamenti comunitari, etc.) o a standard tecnici universalmente riconosciuti (principi contabili). A tal fine, la Corte di legittimità ha ripreso le argomentazioni della dottrina penalistica che aveva ricostruito tale rapporto di corrispondenza tra parametri prefissati per legge e giudizi di valore in termini di «vero legale», i. e. di veridicità della rappresentazione valutativa in bilancio di un fatto materiale perché effettuata secondo una modalità prefissata dalla norma extra penale.

Questo dunque il più recente approdo giurisprudenziale che non può certo dirsi definitivo per due ordini di motivi.

In primo luogo poiché, in ragione dell’intervenuta modifica legislativa, la stessa V Sezione della Suprema corte, con la sentenza n. 33774 del giugno 2015, aveva ritenuto che le valutazioni estimative fossero state espunte dall’ambito delle condotte punibili per tale titolo di reato giacché:

I. l’eliminazione dell’inciso «ancorché oggetto di valutazione» deponeva per un’interpretazione letterale favorevole alla riferita conclusione;

II. l’endiadi «fatti materiali», senza ulteriori precisazioni, era stata già utilizzata dalla legge 154/1991 onde circoscrivere l’oggetto del reato di frode fiscale di cui all’art. 4, lett. f), legge 516/1982 ed escluderne dall’ambito di applicabilità le valutazioni estimative;

III. il legislatore del 2015 aveva eliminato l’inciso «ancorché oggetto di valutazione» dalla sola previsione dell’art. 2621 c.c., lasciandola invece sopravvivere nella definizione della condotta di altre fattispecie di reato (quali ad esempio quella di «Ostacolo alle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza», di cui all’art. 2638 c.c.), denotando così la volontà di escludere la punibilità dei giudizi di stima con riferimento al reato di false comunicazioni sociali.

Appare quindi prevedibile l’intervento delle Sezioni unite.

Per altro verso, l’ultima sentenza qui commentata apre la porta alla necessità di riempire di contenuto il giudizio di «corrispondenza della stima dei dati esposti a quanto stabilito dalle prescrizioni di legge o da standard tecnici universalmente riconosciuti» ora richiesto dalla Corte di cassazione onde verificare se le valutazioni estimative mendaci integrino il reato di false comunicazioni sociali. Il codice civile e i principi contabili (nazionali o internazionali) stabiliscono metodi attraverso i quali una stima può essere effettuata (ad es. metodi di effettuazione dell’impairment test, metodi di valutazione del fair value ecc.), ma lasciano al redattore del bilancio il compito di applicare tali metodi quantificando i parametri da utilizzare (ad es. determinazione del tasso di attualizzazione di ricavi futuri).

Occorrerà dunque che la Suprema corte, ove non ritenga di dover abbandonare l’indirizzo interpretativo testé inaugurato, chiarisca se il momento rilevante – ai fini penalistici – delle condotte valutative si identifichi solamente nella scelta, o nella mancata adozione, del criterio legislativamente previsto (e.g. non è stato adottato il modello di valutazione del fair value previsto dagli Intenational accounting standard – Ias) o anche nella modalità di applicazione del criterio stesso (ad esempio, scelta del tasso di attualizzazione di ricavi futuri troppo elevato).

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