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Falsa partenza per il Pil americano

NEW YORK
Falsa partenza per l’economia americana nel 2016. Non esattamente a sorpresa, ma anche più difficile delle previsioni: la minuscola crescita dello 0,5% nel primo trimestre ha deluso gli analisti, che pure l’avevano già ridimensionata in media allo 0,7% e lo staff della Federal Reserve che l’aveva stimata nello 0,6 per cento. Ancora: è stata, alla prima lettura, la più debole in due anni, da quando cioè il Prodotto interno lordo della maggiore economia mondiale e tuttora miglior speranza per una continua espansione globale sostenibile era caduta nuovamente in contrazione agli albori del 2014.
I timori che si erano ormai diffusi sulla brusca frenata – a una velocità scesa di due terzi dal già debole passo dell’1,4% del quarto trimestre dell’anno scorso e ben lontana dal picco del 3,9% nel secondo – spiegano i nervi sostanzialmente saldi dei mercati americani nella prima parte della seduta – hanno poi ceduto nel finale con i titoli tech – aiutati da ondate di fusioni e utili record per un simbolo dell’industria quale Ford. Tutto ciò e forse – soprattutto – la cautela appena riaffermata dalla Fed, che al termine di un vertice di due giorni, mercoledì, aveva messo in chiaro di non avere alcuna fretta di alzare nuovamente i tassi di interesse dopo la prima mini-stretta a dicembre. Le ipotesi di intervento all’appuntamento di metà giugno ora più che mai dipendono da rilanci della performance nei prossimi mesi, ipotizzata da numerosi analisti che però spesso, nell’era della bassa crescita, hanno dovuto ricredersi su scommesse troppo ottimistiche.
La Fed, questa volta, non può essere accusata di eccessivi entusiasmi. Ha giustificato la sua prudenza proprio citando segnali ancora contrastanti in arrivo dall’espansione, dove ai miglioramenti del mercato del lavoro non corrispondono irrobustimenti di consumi, inflazione e crescita. Un atteggiamento che ha trovato conferme nelle ultime statistiche del Pil. Che tuttavia, nel medio periodo, «complicano l’outlook di politica monetaria» per una Banca centrale desiderosa di normalizzare per quanto gradualmente tassi vicini allo zero, avverte Ryan Wang di Hsbc.
La frenata tra gennaio e marzo è stata generalizzata, frutto d’una combinazione di rallentamenti dell’export, aggravati da un dollaro rinforzatosi negli ultimi anni, come della spesa di famiglie in ansia. I consumi, oltre due terzi del Pil, sono lievitati dell’1,9%, rispetto al 2,5% dei tre mesi precedenti, il peggior andamento dagli inizi del 2015.
L’incertezza ha ridotto anche l’accumulo di scorte da parte delle aziende, i cui profitti sono nell’insieme sotto pressione vittima di un calo forse del 9% nel primo scorcio dell’anno: i magazzini della Corporate America hanno limato 0,33 punti percentuali dalla crescita. In panne sono finiti i nuovi investimenti, forieri di futura crescita, che si sono contratti del 5,9%, un record negativo dalla fine della recessione.
L’interscambio commerciale ha a sua volta sottratto 0,34 punti dal Pil, in risposta al clima di fragilità dei partner internazionali e alla marcia del 20% del dollaro sul paniere delle principali valute estere avvenuta tra il giugno 2014 e il dicembre del 2015, nonostante una ritirata del 2,6% quest’anno e l’impennata delle ultime ore dello yen davanti a una Bank of Japan inaspettatamente a corto di nuovi stimoli. Un dollaro più forte, oltre a rendere meno competitive le esportazioni del “Made in Usa”, incoraggia le importazioni, danneggiando la bilancia commerciale. Tra i pochi segnali incoraggianti, invece, quelli giunti dal settore immobiliare, dove gli investimenti residenziali sono lievitati del 14,8 per cento.

Marco Valsania

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