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Falsa partenza per il made in Italy

Spagna, Paesi Bassi e poco altro. A gennaio la lista delle aree in crescita per il made in Italy è malinconicamente breve, offrendo un solo esito possibile alle medie Istat del mese.
La domanda in arrivo dall’Europa, in calo su base annua dello 0,3%, riesce a mitigare appena i pessimi dati realizzati dai paesi extra-Ue (-8% su base tendenziale) portando il risultato globale in territorio negativo: -3,5% rispetto allo stesso mese 2015, -2,2% su base mensile destagionalizzata.
Bilancio non confortante, anche se appesantito dalla presenza di una giornata lavorativa in meno, che si traduce in valore assoluto per le aziende italiane in un miliardo di euro di incassi mancanti rispetto allo stesso mese del 2015.
Tra i partner principali in Europa continua a correre soltanto la Spagna, dove è visibile l’effetto della ripresa economica. Madrid per le nostre merci ha prodotto lo scorso anno 1,8 miliardi di acquisti aggiuntivi, risultato che potrebbe quasi bissare nel 2016 se confermasse il +9,2% di gennaio, un progresso di 130 milioni. Poco più di un’oasi, purtroppo, perché altrove i trend sono opposti, a cominciare dai nostri principali partner. Gli acquisti di Germania e Francia arretrano di poco meno di un punto, il Regno Unito è al palo, la Polonia, in crescita lo scorso anno, cede oltre quattro punti, così come in calo sono Austria, Belgio e Romania.
Una debolezza che non consente di compensare l’emorragia di vendite dell’area extra-Ue, con Russia, Cina e Brasile in caduta a doppia cifra e frenate diffuse a quasi tutte le aree geografiche, con la solitaria eccezione del Medio Oriente.
Mosca, con 102 milioni di vendite in meno a gennaio, mostra nei dati disaggregati qualche segnale di stabilizzazione in settori come abbigliamento, gomma e chimica ma cede pesantemente terreno soprattutto nell’area dei macchinari, in crollo verticale del 55%, forse per il venire meno dei flussi di commesse piazzate prima della crisi e smaltite in termini produttivi nel corso del 2015.
Come risultato, il calo a doppia cifra del mese, che si innesta su un crollo addirittura superiore del gennaio 2015, porta in due anni a dimezzare le vendite: dai 669 milioni di gennaio 2014 ai 321 del gennaio 2016.
La caduta del greggio ha effetti rilevanti sugli acquisti dei paesi Opec, giù nel mese di 171 milioni, ma in termini assoluti il calo più significativo è per gli Stati Uniti (-193 milioni), una frenata diffusa a più comparti ma più pesante nell’area dei metalli preziosi.
Numeri in generale non esaltanti, perché se il trend extra-Ue del 2016 fosse quello di gennaio, la riduzione degli acquisti si tradurrebbe in termini assoluti in una debacle da 15 miliardi di euro, difficilmente recuperabili nell’area europea.
Per tutte le tipologie di prodotto (ad eccezione degli intermedi, dove pesa il calo delle quotazioni dei metalli preziosi rispetto ai picchi di gennaio 2015) i valori medi unitari restano in crescita mentre ovunque sono i volumi a cedere terreno: in calo di quattro punti al netto dell’energia, in discesa marginale in Europa, di otto punti nell’area extra-Ue.
In calo anche le importazioni, che tuttavia tornano marginalmente positive (+0,5%) eliminando dal calcolo l’energia, con spunti ancora interessanti per beni di consumo durevole e strumentali, segnali di una relativa tenuta della domanda interna.
Su base settoriale crescono solo una manciata di comparti tra cui mezzi di trasporto, elettronica e abbigliamento. Al palo, o poco più, tessile e chimica mentre altrove vi sono soltanto segni meno, con un calo a doppia cifra per farmaceutica e metalli mentre cede il 5,6% l’area dei macchinari.
Il saldo commerciale del mese, tradizionalmente ridotto a gennaio, è positivo per 35 milioni di euro, un surplus in calo di 100 milioni rispetto all’anno precedente.

Luca Orlando

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