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Fallisce l’aumento Mps lo Stato diventerà padrone

La corsa contro il tempo per Mps è finita. Quasi cinque mesi per trovare sul mercato cinque miliardi di euro, accanitamente. Ma senza riuscirci, anche per lo sfarinarsi del governo di Matteo Renzi proprio quando la ricerca entrava nel vivo. Ora ci penserà il governo di Paolo Gentiloni, mettendo una toppa anche superiore a quanto pattuito dalla banca con la Bce mesi fa: si dice sui sette miliardi, per ampliare gli accantonamenti su sofferenze e crediti deteriorati nei conti 2016. L’iter per la ricapitalizzazione precauzionale pubblica, prevista dall’art. 32 della direttiva Brrd, è stato avviato. In attesa di chiarezza sul fabbisogno di capitale e liquidità, Consob ha disposto la sospensione dalla Borsa e da altre piattaforme regolamentate di «tutti i titoli emessi o garantiti da Mps», e degli strumenti finanziari senesi.
L’intervento dello Stato, che lo renderà azionista di maggioranza, si accompagnerà alla conversione in azioni dei 4,3 miliardi di bond subordinati (i più rischiosi emessi dal Monte), a condizioni peggiorative rispetto a quelle della doppia offerta volontaria di dicembre. «Il cda di Mps ringrazia tutti i dipendenti per il grande sforzo profuso al servizio della banca e dei clienti in questo delicato momento della vita dell’istituto », riporta una nota diffusa dopo tre ore di riunione, in un clima di sfinimento misto a rassegnazione, in cui l’ad Marco Morelli avrebbe ribadito ai consiglieri che «era doveroso portare avanti fino all’ultimo il piano negoziato con le banche e il governo a luglio, prima di ricorrere ai soldi dei contribuenti».
L’aumento di capitale breve partito lunedì «non si è chiuso con successo – continua la nota. -In particolare, non si sono concretizzate manifestazioni di interesse di fondi disponibili a effettuare un investimento rilevante, circostanza che ha influito negativamente sulle decisioni degli investitori istituzionali limitando significativamente gli ordini di sottoscrizione ». A parte i 2,4 miliardi dello scambio volontario di bond in azioni, non è arrivato quasi nient’altro dagli investitori “perno” e dal mercato. Eppure fino a metà dicembre il fondo sovrano del Qatar e l’hedge fund di George Soros, benché coinvolti da Renzi in persona sul dossier, davano ancora disponibilità al Tesoro a entrare in gioco: proprio questo presupposto (ignoto al pubblico) ha indotto a riaprire l’offerta ai 40mila piccoli sottoscrittori dei 2,1 miliardi di bond 2018, quasi metà dei quali ha accettato di convertirlo alla pari. Ora invece, per la normativa Ue che coinvolge i privati nelle crisi bancarie, riavranno i loro titoli, ma poi tutti i subordinati saranno convertiti in azioni, a concambi peggiori.
A questo punto un pilastro del rilancio Mps, avviato a luglio con il fallimento dello stress test di vigilanza e l’impegno a portare su livelli fisiologici i crediti in mora, perde l’urgenza: la vendita di 27 miliardi di euro di sofferenze, da realizzare entro il 31 dicembre come da impegni con la vigilanza, slitterà qualche mese. Il fondo Atlante mercoledì s’è detto disposto a farla anche nella cornice “pubblica”; ma la decisione ora salirà al livello di istituzioni come il Tesoro azionista, la Bce, l’antitrust dell’Ue cui Mps dovrà presentare un nuovo piano a breve.
I senesi hanno poi chiarito che «le banche d’affari coinvolte nel consorzio di collocamento, e nella cartolarizzazione, comprese Jp Morgan e Mediobanca, non riceveranno alcuna commissione ». I consulenti puntavano a un assegno da oltre mezzo miliardo, superiore alla capitalizzazione Mps di ieri (-7,48% a 15 euro per azione); invece hanno lavorato sei mesi gratis. Potranno rifarsi con il consorzio di garanzia dell’aumento da 13 miliardi di Unicredit, in agenda a febbraio e che ieri ha formato il pool bancario: alla guida sono Morgan Stanley e Ubs, ma Jp Morgan e Mediobanca sono ben piazzate, in un battaglione di ben 19 gruppi molti dei quali in campo nel tentativo di mercato a Siena.

Andrea Greco

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