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Fallimento, prima i creditori

In presenza di un comodato immobiliare a tempo determinato, il fallimento del comodante, pronunciato dopo la stipulazione del relativo contratto, comporta per il comodatario l’obbligo di restituire immediatamente, alla curatela che lo richieda, il bene oggetto dell’accordo. A statuire ciò è la sentenza n. 27938 dello scorso 31 ottobre con cui la Corte di Cassazione, pur dichiarando inammissibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso oggetto del giudizio, ha enunciato, in seno alla motivazione, il predetto principio di diritto.La controversia. Ad essere contrapposte in giudizio erano la ricorrente, morta in corso di causa, e le due eredi della defunta, intervenute nel giudizio, avverso la procedura fallimentare, rappresentata dai due curatori.

Oggetto del contendere l’ordinanza del tribunale di Teramo che aveva respinto il reclamo proposto dalla defunta contro il provvedimento del giudice delegato del fallimento concernente il rilascio, disposto in favore della curatela, di un’unità immobiliare della fallita, detenuta, per uso abitativo, dalla reclamante.

Quest’ultima si era opposta evidenziando la propria qualità di comodataria del predetto cespite in virtù di contratto munito di data certa anteriore al fallimento. Il tribunale ritenne il comodato come precario, in quanto a tempo indeterminato, sicché non si poneva un problema di sua opponibilità alla curatela ben potendone la risoluzione essere richiesta dal comodante ad nutum.

Comodato «vita natural durante». L’unico motivo di ricorso, tenuto conto di quanto disposto dagli artt. 1803 e 1810 del codice civile, si fondava sulla decisione, ritenuta errata, del giudice di prime cure di inquadrare il contratto di comodato nell’ambito dei contratti di comodato a tempo indeterminato, denunciando che il provvedimento impugnato non aveva correttamente qualificato il comodato in questione, da ritenersi «a vita», come espressamente in esso indicato.

La ricorrente, in particolare, sosteneva che il comodato «vita natural durante» è un contratto a termine finale incerto, in quanto «la cessazione degli effetti del vincolo contrattuale si determina soltanto con la morte del comodatario». Ciò presupposto, il ricorso evidenziava che il comodante e i suoi successori devono rispettare il termine di durata del contratto. Alla luce di tale prospettazione, poiché la ricorrente si riteneva detentrice qualificata dell’immobile, con contratto registrato recante data certa anteriore al fallimento, sarebbe risultato infondato l’azionato rilascio dell’immobile. Ma, intervenuta medio tempore la morte della ricorrente, il supremo collegio non ha potuto che rilevare come tale evento abbia determinato la cessazione della materia del contendere e, di conseguenza, l’inammissibilità, per sopravvenuta carenza di interesse, del ricorso considerando che, ai sensi dell’art. 1811 del codice civile, in caso di morte del comodatario, il comodante, benché sia stato convenuto un termine, può esigere dagli eredi l’immediata restituzione della cosa.

Meno tutele per il comodatario rispetto al conduttore. La Corte di cassazione ha, comunque, deciso di pronunciarsi d’ufficio sulla questione dibattuta, ritenuta «di particolare importanza», ossia «se il fallimento del soggetto che abbia concluso, in qualità di comodante, un contratto di comodato immobiliare a tempo determinato, quale, per costante giurisprudenza, sarebbe quello recante l’espressa previsione della sua durata coincidente con la vita del comodatario, pronunciato dopo la stipulazione di quest’ultimo, possa, o meno, configurarsi come evento idoneo a determinare l’obbligo del comodatario di restituire immediatamente, alla curatela che lo richieda, il bene che ne costituisce l’oggetto».

Come anticipato, i giudici di legittimità hanno risposto positivamente all’interrogativo posto.

Partendo dalla premessa che «il curatore fallimentare del comodante, in ragione dell’effetto di spossessamento e di pignoramento generale dei beni del debitore derivante dalla dichiarazione di fallimento, subentra ope legis nel contratto di comodato nei limiti in cui lo stesso sia opponibile alla massa dei creditori», ricordando che il contratto di comodato è essenzialmente gratuito, il Supremo Collegio giunge alla conclusione che «al detentore del cespite che ne costituisce l’oggetto non è certamente accordabile, nei confronti del fallimento, una tutela analoga a quella spettante al conduttore, tenuto, invece, al pagamento di un canone come corrispettivo della detenzione del bene locatogli».

La Cassazione, in tal senso, fa esplicito riferimento alla disciplina di cui all’articolo 80, commi 1 e 2, della legge fallimentare, oppure all’ipotesi della locazione ultranovennale che, se registrata e trascritta anteriormente al fallimento del locatore, è a questi opponibile per l’intera sua durata.

Peraltro, in base all’art. 1809, comma 2, del codice civile, il comodante, anche prima del termine di scadenza del contratto eventualmente convenuto, e, comunque, prima che il comodatario abbia cessato di servirsi della cosa, può esigerne la restituzione immediata se colto da un bisogno urgente e non previsto al momento della stipulazione del contratto.

La sentenza, nel sottolineare che «ove sia convenuto l’utilizzo dell’immobile come abitazione, la rilevanza dell’interesse del comodatario diviene più significativa, imponendo al giudice una ponderazione delle esigenze del comodante improntata alla attenta valutazione dei requisiti di fattispecie posti a fondamento dell’esercizio del recesso», ricorda che il bisogno che giustifica la richiesta del comodante di restituzione del bene non deve essere grave ma imprevisto, e, dunque, sopravvenuto rispetto al momento della stipula del contratto di comodato ed urgente, senza che rilevino bisogni non attuali, né concreti o solo astrattamente ipotizzabili. Alla luce di ciò, «non solo la necessità di un uso diretto ma anche il sopravvenire di un imprevisto deterioramento della condizione economica del comodante, che giustifichi la restituzione del bene ai fini della sua vendita o di una redditizia locazione, consente di porre fine al comodato, ancorché la sua destinazione sia quella abitativa». Tutto ciò, naturalmente, prestando la massima attenzione al controllo di proporzionalità ed adeguatezza nel comparare le particolari esigenze di tutela del comodatario ed il contrapposto bisogno del comodante.

Prevale la tutela dei creditori del fallimento. Alla sopravvenuta dichiarazione di fallimento del comodante consegue, per effetto del corrispondente spossessamento del debitore fallito, l’acquisizione dell’immobile detenuto dal comodatario alla massa fallimentare. La sentenza evidenzia che sia altrettanto innegabile «la necessità della curatela di riottenere subito quel cespite, libero da persone e cose, per il migliore soddisfacimento, attraverso una locazione o la vendita dello stesso, dei creditori concorsuali». In soldoni, tale esigenza risulta prevalente rispetto ad eventuali necessità abitative del comodatario, pertanto idonea a giustificare il recesso esercitato dalla curatela.

Antonio Longo

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