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Fallimento possibile anche per la società «trasformata»

In una trasformazione «eterogenea» da società (di capitali) a una comunione di godimento d’azienda – nella specie disciplinata dall’articolo 2500 septies del Codice civile – si determina sempre un rapporto successorio tra soggetti distinti (per natura oltre che per forma legale). Ne consegue che è possibile addivenire alla dichiarazione di fallimento della società così trasformata in base all’articolo 10 della legge fallimentare (a tenore del quale gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l’insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima o entro l’anno successivo). Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza 16511 depositata il 19 giugno.

Nei gradi precedenti la società ricorrente era rimasta soccombente, non avendo i giudici di merito accolto la tesi della inapplicabilità dell’articolo 10, propugnata adducendo che, in esito alla trasformazione , si era verificata una cessazione della natura “imprenditoriale” del soggetto trasformato. E quindi un fatto che impediva la deduzione applicativa di quella norma sancita, secondo la ricorrente, per la diversa ipotesi di società cancellata per intervenuta cessazione dell’attività e non già per l’ipotesi di cancellazione conseguente alla sua trasformazione.

La tesi sostenuta dal giudice di legittimità fonda, al contrario, l’applicabilità della norma, sul fatto che – a differenza di quanto accadrebbe nelle ipotesi di trasformazione omogenea – nella fattispecie in esame, portante una particolare ipotesi di trasformazione eterogenea, si assiste ad un fenomeno “estintivo” della società trasformata con la formazione di un nuove ente (e pertanto con effetti successori).

È nota ai supremi giudici la convinzione per cui la trasformazione di una società da un tipo in altro previsto dalla legge di regola integra una vicenda meramente evolutiva e modificativa del medesimo soggetto (Cassazione, sentenze 10332/2016 e 13467/2011), senza alcun profilo successorio (sentenza 2697/1986), ma laddove tale trasformazione “eterogenea” comporti il passaggio da un ente avente forma societaria ad una comunione su un complesso di beni aziendali – costituendo quest’ultima piuttosto l’oggetto dei diritti spettanti ai comunisti –, non si può escludere, sostengono i giudici, la presenza di un fenomeno successorio tra soggetti distinti, non solo per forma, ma anche per natura giuridica (come analogamente avviene per la trasformazione di una società in impresa individuale, Cassazione 965/1997) . Dal che se ne deve argomentare la plausibilità di una dichiarazione di fallimento della società in tal modo trasformata entro un anno dalla sua eventuale cancellazione dal registro delle imprese (la sentenza 1592/2002 della Cassazione conferma tale possibilità anche per la società trasformata in impresa individuale). Diversamente opinando si potrebbe incentivare il ricorso a operazioni negoziali finalizzate, proprio in concomitanza della decozione e della possibile dichiarazione di fallimento delle società, a impedire l’apertura del concorso dei creditori sui beni della società debitrice, attraverso l’escamotage della trasformazione in enti o altre entità giuridiche non fallibili.

Adriano Pischetola

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