Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Fallimento, paletti al credito

Non è possibile eccepire la compensazione tra un debito verso il fallito con un credito, scaduto anteriormente alla dichiarazione di fallimento, di cui, però, si sia acquistata la titolarità, per atto di cessione tra vivi, dopo l’apertura della procedura concorsuale. È l’ordinanza della Corte di cassazione numero 9528, depositata lo scorso 4 aprile, ad affermare tale principio, chiarendo alcuni profili su cui le decisioni dei giudici di merito avevano espresso orientamenti contrapposti.Il giudizio di legittimità ha preso le mosse a seguito del ricorso proposto dal curatore di un fallimento avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna che aveva rigettato il gravame proposto dallo stesso contro la decisione del Tribunale di Reggio Emilia che, in accoglimento dell’opposizione promossa da altra società in bonis, aveva revocato un’ingiunzione di pagamento. L’ordinanza ricorda che il primo comma dell’articolo 56 della legge fallimentare prevede, in deroga al tendenziale principio della par condicio creditorum, che i creditori hanno diritto di compensare i loro debiti verso il fallito con i crediti che vantano verso lo stesso, ancorché non scaduti prima della dichiarazione di fallimento; mentre il secondo comma sancisce, quale eccezione a tale regola, che per i crediti non scaduti la compensazione non ha luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell’anno anteriore, non prevedendo, comunque, tale disposizione, nel suo tenore letterale, l’ipotesi dei crediti scaduti alla data del fallimento. La norma mira, evidentemente, a tutelare la massa dei creditori fallimentari da cessioni tra un singolo creditore ed un debitore del fallimento: come sottolineano gli ermellini, «l’artificiosa compensazione, realizzata attraverso l’acquisto del credito nel periodo sospetto, viene impedita dal legislatore attraverso una presunzione assoluta di frode ai danni della massa fallimentare con conseguente esclusione della vis compensativa dei contrapposti crediti, così da ripristinare la vigenza, nella specie, del principio della par condicio creditorum».

Ma su tale fronte, alcune pronunce della giurisprudenza di merito ritengono che l’acquisto post fallimentare del credito non osta all’esercizio del potere di compensazione mentre altri giudici hanno deciso, invece, che l’acquisto post – fallimentare del credito dovrebbe ritenersi ammissibile, come lecita manifestazione di autonomia negoziale, ma inidoneo all’esercizio della compensazione in quanto lesivo del principio di cristallizzazione della massa attiva al tempo della dichiarazione di fallimento.

Pertanto, secondo i giudici di piazza Cavour, il secondo comma dell’articolo 56, testualmente riferito al solo «credito non scaduto», deve estendersi, per coerenza sistematica, anche all’ipotesi del credito scaduto. Tale interpretazione, peraltro, risulta coerente con quanto previsto dalle disposizioni contenute nel recente provvedimento di riforma della crisi di impresa. Alla luce di tali motivazioni, la Corte, accogliendo il ricorso, ha cassato la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, ha rigettato l’opposizione promossa avverso il decreto ingiuntivo.

Antonio Longo

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Come prevedevano alcuni un mese fa, allo spuntare della lista di Bluebell per il cda di Mediobanca, ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Google entra nel mirino dell’Autorità antitrust italiana che, prima in Europa, ieri ha aperto un ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Le imprese e i committenti non saranno lasciati soli. Anche a chiarire la posizione di alcuni player...

Oggi sulla stampa