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Fallimento, decide il curatore

A seguito del fallimento l’azione di responsabilità promossa dal socio anteriormente alla procedura può essere proseguita solo dal curatore. Essa è quindi da considerarsi improcedibile qualora quest’ultimo rinunci all’azione. È quanto deciso dalla Cassazione civile, sez. I, con sentenza 31 maggio 2016, n. 11264 (presidente Bernabai, relatore Didone).

Il fatto

In occasione di una operazione di aumento del capitale, deliberato dall’assemblea straordinaria, l’amministratore delegato aveva attestato l’esecuzione di versamenti, suoi e di altra socia, in conto del deliberato aumento del capitale, versamenti poi non rinvenuti nelle casse sociali. A fronte di ciò parte dei soci di una srl sollevano azione di responsabilità verso amministratori e sindaci. Il Tribunale di Napoli richiede i danni all’amministratore mentre fa salva la posizione dei sindaci. La Corte d’appello, tuttavia, a fronte del ricorso dell’amministratore, conferma il giudizio di responsabilità di quest’ultimo ma chiama in causa anche i sindaci. Secondo il giudice di secondo grado, infatti, anche i sindaci entrati in carica dopo la delibera di aumento del capitale sociale, dovrebbero rispondere del danno arrecato alla società, avendo omesso di esercitare, per un tempo idoneo a determinare la prescrizione dei crediti vantati per i mancati conferimenti dovuti dai soci, la dovuta vigilanza sulla regolarità della situazione economico finanziaria dalla società. In costanza del processo interviene il fallimento della società, e i sindaci, con diverse motivazioni fanno ricorso in Cassazione.

La decisione della Cassazione

Orientamento pacifico della Suprema corte (Cass. 21 luglio 2010, n. 17121; Cass. 15 giugno 2005, n. 12855) è che nel fallimento di una società di capitali (nel caso di specie srl ma la regola riguarda anche le Spa) le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori, previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c. per le Spa e dall’art. 2476 c.c. per le srl, confluiscono nell’unica azione prevista dall’art. 146, comma 2, lett. a), l. fall. di cui è titolare il curatore. L’azione del curatore non può concorrere quella dei creditori sociali per l’azione già di loro spettanza, essendo quest’ultima assorbita, in costanza della procedura fallimentare, dall’azione di massa, e non potendo quindi, finché dura il fallimento, ad essa sopravvivere, ancorché il curatore rimanga inerte. Nel caso di specie, tuttavia, anche l’azione del socio ex art. 2476 ter (ed è questo l’elemento innovativo della pronuncia) è stata equiparata all’azione sociale. D’altro canto la legittimazione speciale del socio a sollevare l’azione ex art. 2476, comma 3°, ha evidenziato la Suprema corte, ha natura derivativa rispetto a quella della società, sia in virtù delle regole applicabili (art. 2476 comma 4 e 5°) sia, e soprattutto per il fatto che, in ogni caso, del risultato dell’azione si giova esclusivamente il patrimonio sociale.

Conclusioni

Da ciò deriva che nel caso in cui, in costanza di un giudizio interviene il fallimento della società, l’azione del socio va interrotta poiché è il curatore fallimentare ai sensi dell’art. 146, comma 2, lett. a), l. fall., l’unico soggetto legittimato a proseguire l’azione. Ne deriva che qualora detto curatore non abbia inteso proseguire l’azione, la causa deve essere dichiarata senz’altro improcedibile, per sopravvenuto difetto di legittimazione attiva dei soci.

In virtù di quanto sopra, la Suprema corte ha cassato il capo della sentenza impugnata relativo alla condanna dei sindaci al risarcimento del danno, poiché il giudizio di appello, come si è detto, non poteva essere proseguito.

Luciano De Angelis

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