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Fallimento, credito ko

Il fallimento blocca il recupero dei crediti da lavoro. L’ispettore, infatti, non può emettere una diffida accertativa per crediti patrimoniali, avente valore di accertamento tecnico ed efficacia di titolo esecutivo a favore del lavoratore, nei confronti di imprese in fallimento. Lo precisa il ministero del lavoro nella nota prot. n. 4684/2015 in risposta a un quesito di una direzione territoriale del lavoro (Dtl).

La diffida accertativa. La diffida accertativa per crediti patrimoniali è disciplinata dall’art. 12 del dlgs n. 124/2004, al fine di una «semplificazione delle procedure per la soddisfazione dei crediti di lavoro». In base a tale norma, qualora nel corso dell’attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui derivino crediti di natura patrimoniale in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo delle direzioni territoriali del lavoro è tenuto a diffidare il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti svolti. Si tratta cioè d’importo, spiega il ministero nella nota prot. n. 4684/2015, di «importi la cui debenza, a seguito dalla verifica ispettiva, risulta certa nell’an e nel quantum» (ossia è certo il debito e il relativo importo). Il provvedimento di diffida accertativa emesso dal direttore della Dtl, direzione territoriale del lavoro, inoltre, può ricevere «valore di accertamento tecnico, con efficacia di titolo esecutivo».

L’esecutività. Affinché la diffida accertativa possa assumere il carattere del titolo esecutivo, tuttavia, spiega il ministero, è necessario che ne possieda tutti i requisiti previsti dall’ordinamento giuridico e individuati, in particolare, dall’art. 474 del codice di procedura civile, vale a dire, la certezza, la liquidità e l’esigibilità. Nell’ipotesi di «società fallita», il credito della diffida accertativa, pur se può avere i requisiti di certezza e di liquidità, certamente non reca quello dell’esigibilità atteso che l’art. 51 della legge fallimentare precluderebbe al lavoratore ogni possibilità di far valere la diffida, ossia d’intraprendere un’azione esecutiva in forza di quel titolo. Infatti, l’art. 51 della legge fallimentare (rd n. 267/1942), recante divieto di azioni esecutive e cautelari individuali, prevede che «salvo diversa disposizione della legge, dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti maturati durante il fallimento, può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento». Alla luce di tanto, il ministero conclude nell’affermare che alla diffida accertativa emessa nei confronti di una società fallita non si possa procedere a validazione, posto che lo stesso atto non possiede intrinsecamente i requisiti del titolo esecutivo.

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