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Fallimento con azienda confiscata

La confisca per equivalente dei beni aziendali in seguito a condanna per reati tributari non fa venire meno la qualifica soggettiva di imprenditore individuale in capo a colui che la subisce. È quindi ammissibile a suo carico la dichiarazione di fallimento, anche se non ha avuto disponibilità dei beni dell’impresa. Lo chiarisce la sentenza 755 della Corte d’appello di Palermo del 24 marzo scorso (presidente Perriera, relatore De Giacomo).
La vicenda
Un imprenditore individuale, esercente attività di trasporto di merci su strada, aveva subito il sequestro di tutti i suoi beni aziendali costituiti per lo più da automezzi.
Il sequestro era stato disposto nell’ambito di un procedimento penale a suo carico per reati di evasione fiscale ed era finalizzato ad assicurare la confisca per equivalente fino a concorrenza dell’ammontare delle imposte evase.
I beni erano stati affidati a un custode giudiziario al quale era stato dato incarico di conservarli.
A conclusione del processo penale, con la sentenza irrevocabile di condanna dell’imprenditore per i reati fiscali, era stata pure disposta la confisca dei beni entro un preciso ammontare indicato nella decisione del giudice penale.
Frattanto, un creditore dell’imprenditore aveva avanzato istanza di fallimento a suo carico e il Tribunale l’aveva accolta, dopo avere accertato la sua insolvenza.
L’imprenditore aveva allora proposto reclamo alla Corte d’appello, lamentando che egli non disponeva da tempo del complesso aziendale e che pertanto non poteva essere considerato imprenditore agli effetti della legge fallimentare, proprio perché aveva dovuto cessare la sua attività in conseguenza dei provvedimenti del giudice penale.
La Corte d’appello di Palermo ha però respinto il reclamo evidenziando che la qualifica di imprenditore non dipende dalla disponibilità dei beni aziendali.
La decisione
Secondo i giudici siciliani, il sequestro dei beni ai fini della confisca per equivalente non comporta il trasferimento dell’impresa dal suo originario titolare al custode, quando a quest’ultimo è affidato solo un compito di mera conservazione e non di amministrazione e gestione. E questo era il limitato incarico che il giudice penale aveva affidato al suo ausiliario al momento del sequestro.
Da ciò consegue che l’imprenditore aveva mantenuto la sua qualifica e la sua funzione.
Peraltro, la cessazione dell’impresa opera unicamente dalla data di cancellazione dal registro delle imprese e il fallimento può essere comunque dichiarato entro un anno dalla stessa oppure dal momento in cui ha effettivamente cessato di operare se non vi è coincidenza tra cancellazione e operatività dell’impresa.
Nel caso esaminato dai giudici palermitani non risultava intervenuta alcuna cancellazione, né l’imprenditore dichiarato fallito aveva dimostrato che l’impresa avesse effettivamente cessato l’attività. Né il sequestro dei beni aziendali poteva valere da solo a dimostrare che l’attività di impresa da allora fosse cessata. E difatti l’imprenditore avrebbe potuto continuare a operare con nuovi beni aziendali o con quelli eventualmente esclusi dalla confisca.
Sequestro e confisca non colpivano l’azienda ma i singoli beni in relazione al loro valore. E i beni erano stati confiscati non perché illeciti o intrinsecamente pericolosi, ma per il valore economico equivalente al vantaggio conseguito con il reato.
Sicché la sottrazione di essi all’imprenditore non gli precludeva di per sé la possibilità di proseguire l’attività anche con altri mezzi. E non preclude quindi nemmeno la sua dichiarazione di fallimento.

Giovanbattista Tona

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