Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Fallimenti, stop alle revocatorie

Non è ammissibile l’azione revocatoria, tanto fallimentare quanto ordinaria, nei confronti di un fallimento. Ciò in base al principio di «cristallizzazione» del passivo alla data di apertura del concorso, considerato che il patrimonio del fallito è insensibile alle pretese di soggetti che vantino titoli formatisi in epoca posteriore alla dichiarazione di fallimento. Considerando, inoltre, che la sentenza che accoglie la domanda revocatoria ha natura costitutiva, in quanto modifica «ex post» una situazione giuridica preesistente, sia privando di effetti atti che avevano già conseguito piena efficacia, sia determinando la restituzione dei beni o delle somme oggetto di revoca alla funzione di generale garanzia patrimoniale e alla soddisfazione dei creditori di una delle parti dell’atto. Le sezioni unite della Corte di cassazione, con la sentenza numero 30416, depositata lo scorso 23 novembre, hanno così fatto chiarezza in una questione giuridica di non semplice lettura, rigettando il ricorso proposto.I fatti di causa. Il ricorso è stato depositato dall’assuntrice del concordato del fallimento di una srl, avverso un’altra procedura fallimentare, per cassare la sentenza emessa dalla Corte di appello di Catania che aveva statuito nella controversia tra le due procedure concorsuali in materia di azione revocatoria, prevista dall’articolo 66 della legge fallimentare. In particolare, il giudice di secondo grado aveva accolto l’appello proposto dalla seconda procedura contro la decisione assunta dal giudice di prime cure, ossia il Tribunale di Siracusa. Nel merito, la domanda revocatoria proposta dal primo fallimento aveva a oggetto l’atto di alienazione di un’azienda, a un prezzo ritenuto vile, stipulato tra le due società, all’epoca entrambe in bonis e successivamente dichiarate fallite. Secondo il giudizio della Corte d’appello, l’azione revocatoria ordinaria intrapresa dal primo fallimento, qualificata come azione esecutiva individuale, è incorsa nel divieto sancito dall’articolo 51 della legge fallimentare. Tale disposizione, a seguito della dichiarazione di fallimento, non consentirebbe l’esercizio della predetta azione al cospetto dell’assoggettamento dei beni alla massa fallimentare della società cessionaria. Sulla scorta di tale motivazione, basata sulla natura dichiarativa dell’azione revocatoria, ne ostacolerebbe la proposizione. Ciò posto, la causa, già fissata all’adunanza camerale della sesta sezione civile, è stata rimessa alla pubblica udienza della prima sezione che, con ordinanza interlocutoria, ne ha disposto la trasmissione al primo presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite. Tale decisione è derivata, oltre che dalla questione di «massima di particolare importanza», dall’ipotizzato contrasto di giurisprudenza.

I precedenti giurisprudenziali. L’ordinanza di rimessione ha effettuato una ricognizione delle linee interpretative nella materia concorsuale. In particolare, ha posto l’accento su recenti pronunce del Supremo collegio (sentenza 12 maggio 2011 n. 10486 e ordinanza 8 marzo 2012, n. 3672) che hanno sostenuto che «non è ammissibile un’azione revocatoria, ordinaria o fallimentare, nei confronti di un fallimento», posto «che l’effetto giuridico favorevole all’attore in revocatoria si produce soltanto a seguito della sentenza che accoglie la domanda», per il «carattere costitutivo» di tale azione. Ma nello stesso tempo, l’ordinanza ha fatto riferimento ad altro orientamento dei giudici di Piazza Cavour, più risalente nel tempo, secondo cui il giudizio revocatorio potrebbe «proseguire», dinanzi allo stesso giudice, pur se sopravvenga, nelle more di questo, il fallimento del soggetto che è stato convenuto in revocatoria.

Un apparente contrasto. A differenza di quanto prospettato in seno all’ordinanza di rimessione, le sezioni unite, preliminarmente, non hanno constatato l’esistenza di un contrasto tra gli arresti giurisprudenziali citati. Infatti, le pronunce indicate dall’ordinanza interlocutoria, come espressive di un difforme orientamento, rispetto a quello più recente, hanno deciso in ordine ai quesiti riguardanti la possibilità di proseguire l’azione revocatoria proposta dal fallimento contro il convenuto in bonis, ma dichiarato fallito nel corso del giudizio; la permanenza della legittimazione del creditore che abbia proposto azione revocatoria ordinaria a coltivarla, nel caso di sopravvenuto fallimento del debitore; e ancora, se il credito restitutorio del curatore fallimentare conseguente alla pronuncia di revoca del pagamento da questi ricevuto da parte di un debitore in seguito dichiarato fallito sia prededucibile; infine, se l’azione revocatoria ordinaria proposta nei confronti di più soggetti, uno solo dei quali dichiarato fallito nel corso del giudizio, possa essere proseguita nei confronti delle parti rimaste in bonis. Condividendo le affermazioni del Procuratore generale, le Sezioni unite hanno escluso che i quattro quesiti presentino interferenze, pertanto non si è ravvisato qualsivoglia possibile contrasto di orientamenti.

Massima di particolare importanza. Acclarato che «difettano i presupposti di un intervento di ricomposizione dell’ipotizzato, ma, in realtà, inesistente, contrasto di giurisprudenza», la Corte ha condiviso la necessità di esaminare la richiesta svolta dall’ordinanza di rimessione che considera la sottoposta questione come di «massima di particolare importanza». I giudici delle sezioni unite hanno focalizzato la propria attenzione sulle considerazioni svolte dall’ordinanza di rimessione. Tali considerazioni sono relative alla ritenuta efficacia retroattiva dell’azione revocatoria, al fatto che il debito restitutorio è un debito di valore e che gli interessi sulla somma da restituire decorrono dalla data di costituzione in mora, con la conseguente incidenza di tali regole sul c.d. principio di cristallizzazione della massa passiva, secondo cui i crediti valevoli nella procedura concorsuale devono essere, di norma, quantificabili nella misura già maturata al momento della dichiarazione di fallimento del debitore. Inoltre, sull’affermazione che l’azione revocatoria, «secondo una convincente opinione, emersa in dottrina», costituirebbe una «azione di accertamento con effetti costitutivi», diretta a ricostituire la garanzia patrimoniale del debitore che, quindi, non incontrerebbe il divieto dell’art. 51 l. fall. che impone di realizzare il credito con le forme e nell’osservanza del rito fallimentare. Partendo da tali presupposti, la motivazione della sentenza, nell’effettuare una puntuale ricognizione degli orientamenti della giurisprudenza della Cassazione in materia, sottolinea come sia da «ritenere pacifico e stabilizzato l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in ordine alla natura costitutiva della sentenza in esame e, per tale considerazione, l’ordinanza interlocutoria non può essere seguita sul punto della prospettazione di adeguate ragioni giustificative che ne rendano possibile e necessaria una diversa considerazione». In sostanza, il Supremo collegio considera come punto fermo quello secondo cui «la sentenza costitutiva produce effetti, dal momento in cui la stessa passa in giudicato (ex nunc), che possono retroagire alla data della domanda (opponibile al fallimento, se trascritta, come previsto dall’art. 45 l. fall.), salvi i casi in cui la legge prevede espressamente che gli effetti retroagiscono al momento in cui è sorto il rapporto che viene modificato (per esempio, l’art. 1458 c.c.), previsione inesistente con riguardo alla fattispecie in esame».

Cristallizzazione della massa passiva. Tenendo, quindi, ferma la natura costitutiva della sentenza che accoglie la domanda revocatoria, ne consegue che, poiché gli effetti tipici della stessa sono quelli della creazione di una situazione giuridica nuova, l’inammissibilità dell’azione appare saldamente fondata sulla regola della cristallizzazione della massa passiva alla data del fallimento sicché deve essere corretta la motivazione contenuta nella sentenza impugnata. È, infatti, proprio la regola della cristallizzazione che «impedisce di invocare nei confronti del fallimento una pretesa giuridica che si produce soltanto a seguito della sentenza di accoglimento della domanda». L’effetto dell’inefficacia dell’atto revocando, che è propriamente il centro della pronuncia di accoglimento dell’azione revocatoria, si costituisce «esclusivamente con la pronuncia giudiziale di revoca, sicché si può parlare di «diritto quesito» alla revoca solo se la causa sia stata promossa prima del fallimento e se la domanda sia stata trascritta anteriormente al fallimento del terzo che subisce l’azione revocatoria ordinaria».

E l’azione revocatoria ordinaria? Le Sezioni unite si occupano anche di evidenziare che, in dottrina, le due azioni revocatorie, quella ordinaria e quella fallimentare, vengono ascritte a una comune natura. Ma la sentenza ricorda che «le due azioni, benché abbiano taluni caratteri in comune, presentano anche marcate differenze che devono essere mantenute distinte» poiché quella fallimentare è caratterizzata da un percorso probatorio agevolato mentre in quella ordinaria è valorizzato lo stato soggettivo del debitore (scientia damni o consilium fraudis) oltre che quello del terzo (la partecipatio fraudis). Osserva, quindi, la Corte che la diversità delle due azioni, pur se incontroversa e pacifica, anche quando quella ordinaria sia esperita dal curatore fallimentare, perché «giova a tutti i creditori, e non solo a colui che agisce, con effetto sostanzialmente recuperatorio», non valgono tuttavia a modificarne natura e caratteri, qualora sia proposta dal curatore fallimentare, poiché essa comunque tenderà ad una pronuncia costitutiva del credito, con le conseguenze, quindi, già ravvisate in materia di revocatoria fallimentare.

Antonio Longo

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Intervista ad Alessandro Vandelli. L'uscita dopo 37 anni nel gruppo. I rapporti con gli azionisti Un...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I gestori si stanno riorganizzando in funzione di una advisory evoluta che copra tutte le problemati...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non far pagare alle aziende i contributi dei neo assunti per due anni. È la proposta di Alberto Bom...

Oggi sulla stampa