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Fallimenti, una riforma zoppa

Una riforma del fallimento (o meglio della crisi d’impresa) poco organica e non priva di punti critici, come la mancata previsione dei tribunali specializzati, il mantenimento del doppio binario per le cooperative e la mancata riforma del diritto penale dell’insolvenza. Queste alcune delle critiche alla riforma della disciplina sulla crisi d’impresa da parte del padre della riforma stessa Renato Rordorf. Cioè di colui che ha presieduto la commissione che ha scritto le linee essenziali della riforma, poi modificata in modo sostanziale, in fase attuativa. Che rileva anche rischi di incostituzionalità del decreto legislativo 14/2019, che in molti punti si discosta nettamente dalla legge delega.

Domanda. Dott. Rordorf, è soddisfatto delle norme che hanno dato attuazione alla sua riforma?

Risposta. Sono contento del fatto che sia stato comunque portato a compimento un iter riformatore del quale c’era veramente bisogno. Il nuovo codice va a sostituire una legge fallimentare che, pur con tutte le modifiche apportate negli ultimi anni, aveva un impianto che risaliva a 70 anni fa ed era decisamente superata.

Detto questo, sono anche convinto che si sia persa l’occasione per rendere davvero organica la riforma, mettendo a fattor comune alcuni principi generali e disciplinando poi le varie singole situazioni. L’idea di fondo era quella di ricomprendere tutte le ipotesi di insolvenza all’interno di un quadro organico, quindi anche l’amministrazione straordinaria, che interessa le grandi imprese in crisi. Il fatto che questa sia rimasta fuori rappresenta una mutilazione del progetto di riforma

D. Non sarebbe stato bene introdurre anche la specializzazione dei magistrati e le sezioni specializzate?

R. Sicuramente sì, nella legge delega questa indicazione c’era ed era molto esplicita. La specializzazione dei magistrati è un’esigenza avvertita da tutti perché quella fallimentare è una materia complessa nella quale si intrecciano profili giuridici, economici, aziendalistici ecc. Per questo nella legge delega si prevedeva anche la riforma della competenza giudiziaria, distinguendo tra sovrindebitamento, dove può essere ragionevole privilegiare la maggiore prossimità del giudice alle parti, e fallimento (oggi liquidazione giudiziale) delle imprese di dimensioni maggiori, che avrebbero dovuto fare riferimento a tribunali medio grandi o grandi, dove è possibile sviluppare una specializzazione

D. Quali sono i punti in cui ritiene che non sia stata esercitata la delega approvata con la legge 155/2018?

R. Quello dei giudici e dei tribunali specializzati, di cui abbiamo appena parlato, in primo luogo; l’altro profilo riguarda la liquidazione coatta amministrativa, dove l’esigenza di organicità della riforma aveva indotto a superare la logica attualmente in essere per le cooperative, del doppio binario (liquidazione cotta amministrativa o fallimento). Nella delega si prevede che, in caso di insolvenza, si debba applicare la stessa procedura delle altre imprese commerciali. Il legislatore delegato ha ritenuto di non esercitare la delega su questo punto, o meglio ha deciso di discostarsi dai criteri di delega

D. In merito agli istituti di allerta, qualcuno sostiene che saranno pericolosi per le imprese e che le imprese non potranno essere salvate perché gli Ocri non avranno il tempo e forse anche la capacità per farlo.

R. Tutte le innovazioni previste sulla carta devono poter essere verificate in concreto, ma la necessità di procedure di allerta e composizione negoziata della crisi è ineludibile, anche per le indicazioni sempre più precise che arrivano dall’Europa. Solo intercettando per tempo i sintomi della crisi si può immaginare di mettere in piedi procedure di risanamento efficaci; un po’ come avviene con le malattie dell’organismo, che devono essere curate in modo tempestivo, prima che divengano incurabili.

Personalmente credo che il modo in cui queste procedure sono state costruite nella legge delega e nei decreti delegati sia un po’ troppo pesante, pieno di soglie, misure, articolazioni procedurali, che rischiano di renderle eccessivamente burocratizzate, quasi come un procedimento giudiziale; invece il loro senso è quello di essere procedure di supporto della gestione aziendale; non sono destinate a colpire l’imprenditore, quasi fossero un pre-fallimento, ma devono aiutarlo a rendersi conto dei problemi aziendali e a superarli. Mi auguro che questo spirito venga colto e che le persone che attueranno queste procedure siano in grado di far vivere questo approccio.

D. Qualcuno ha contestato le procedure di allerta calcolando che, sulla base degli indicatori economici generalmente accettati dalle scienze aziendalistiche, la metà delle imprese italiane rischierebbe di esservi coinvolta.

R. Si può discutere sugli indicatori, che andranno rivisti e resi coerenti con le esigenze del sistema produttivo, però torno a dire che se c’è una grande quantità di aziende in crisi, cerchiamo di aiutarle a superare la crisi, non bastano proposte di concordato fantascientifiche, non serve truccare i conti, non sono queste le risposte adeguate. Se ci si crede ci dovrà essere un impegno serio per trovare le risorse per questi organismi di composizione della crisi. È anche una bella sfida per il ceto professionale.

D. Non c’è il rischio che la dichiarazione dello stato di crisi dell’azienda metta in allerta creditori e fornitori e finisca per soffocare l’impresa, invece di rimetterla nei binari?

R. Infatti queste procedure sono concepite come riservate e confidenziali. D’altra parte, se il debitore non è in grado di gestire la crisi da solo, non è lecito sperare in nessun risultato positivo, anche la fiducia dei creditori non può durare per sempre.

D. I nuovi limiti per la nomina degli organi di controllo non rischiano di generare un’economia ancora più micro? Cioè non può esserci il rischio che le imprese con 10 dipendenti o con un fatturato e un attivo al limite decidano di «spaccare» in più società il business?

R. C’è sempre il rischio che le norme producano effetti perversi se c’è chi non le vuole rispettare. Io non sono un fan di questa norma sugli organi di controllo introdotta nel codice civile, che non era stata ipotizzata in commissione, ma è stata introdotta nella legge delega dal parlamento. Il rischio che incentivi lo spezzatino societario esiste, si tratterà di valutare se alla fine la percentuale di chi cercherà di sfuggire in questo modo alle nuove regole non sarà troppo elevata. La norma è di per sé certamente utile a migliorare il livello di controllo societario, anche perché il miglior modo per fronteggiare la crisi è l’allerta precoce, e solo gli organi interni possono rendersi conto tempestivamente di una situazione di difficoltà e lanciare l’allarme.

D. Molti criticano il concordato preventivo con continuità aziendale, completamente diverso dal progetto della sua commissione. Non crede che avere inserito limitazioni e parametri legati all’occupazione rischi di rendere lo strumento non competitivo?

R. Il rischio ci può essere. D’altra parte la continuità aziendale rappresenta anche un valore sociale legato al mantenimento dei livelli occupazionali, questo è indiscutibile. Su questo punto bisognerà verificare come si atteggerà la direttiva europea attualmente in preparazione. Bisognerà vedere come riuscirà a bilanciare il valore della continuità aziendale con la salvaguardia dei livelli occupazionali. Certo, condizionare questi strumenti con parametri rigidi rischia di limitare la flessibilità, che è la condizione ideale per risolvere situazioni problematiche

D. I tempi della vacatio legis sono adeguati?

R. I tempi sono adeguati, c’è bisogno di tempo per partire bene. Credo che proprio per la dimensione del progetto di riforma, per le esigenze di organizzazione degli organismi di composizione della crisi, oltre che per comprendere bene e assimilare i contenuti della riforma da parte di professionisti e giudici, un termine lungo sia un bene. È anche possibile che questo arco di tempo possa essere utilizzato per ulteriori modifiche, anche se bisognerà capire come possono essere introdotte. Probabilmente ci vorrà una legge ordinaria. Tra l’altro c’è tutto il settore del diritto penale dell’insolvenza che è rimasto immutato e che avrebbe bisogno di essere ripensato.

D. È vero che potrà cambiare ulteriormente la riforma anche perché ci sono motivi di possibile incostituzionalità del decreto delegato?

R. I possibili profili d’incostituzionalità del codice sono in gran parte conseguenza di quanto già osservato a proposito della non conformità alla delega delle disposizioni sulla competenza giudiziaria e sulla liquidazione coatta. Un ulteriore profilo potrebbe risiedere in quella modifica delle disposizioni societarie del codice civile con cui si prevede l’attribuzione in via esclusiva agli amministratori della responsabilità gestoria delle srl e delle società di persone: previsione non necessaria per meglio adeguare la normativa societaria a quella concorsuale e del tutto priva di copertura nella legge delega.

Marino Longoni

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