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Fallimenti, ricavi in senso stretto

La determinazione dei ricavi lordi da effettuare ai fini della valutazione della fallibilità di un’impresa, deve prescindere dai principi contabili e tenere in considerazione soltanto lo schema obbligatorio del conto economico. Ciò significa che contano ricavi delle vendite e delle prestazioni e altri ricavi e proventi e vanno invece esclusi le variazioni delle rimanenze e i lavori in corso che non possono essere considerati ricavi. Lo ha stabilito la prima sezione della cassazione nella sentenza n. 23484/2021 depositata in cancelleria il 26 agosto scorso.

La vertenza trae origine dalla sentenza della Corte d’appello di Venezia che, accogliendo il reclamo ex articolo 18 della legge fallimentare, proposto da una società in liquidazione, revocava la sentenza dichiarativa del fallimento della società dichiarato dal Tribunale di Verona. La Corte di merito ha ritenuto la società non soggetta a fallimento in quanto, dall’esame degli ultimi tre bilanci depositati l’attivo patrimoniale era inferiore ad euro 300 mila, l’ammontare dei debiti scaduti era inferiore ad euro 500 mila e dalle informazioni in calce allo stato patrimoniale del bilancio 2017, la voce «altri ricavi e proventi» era stata incrementata di oltre 330 mila euro, superando, così, la soglia dei 200 mila euro prevista come terza ed ultima soglia di fallibilità; questo incremento, per la Corte d’appello di Venezia non costituiva «ricavo lordo» in senso tecnico, da non considerare ai fini della fallibilità dell’azienda. La cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la revoca del fallimento. I giudici di Piazza Cavour spiegano che per l’individuazione dei ricavi lordi ai fini della fallibilità di una impresa, gli stessi ricavi devono essere considerati in senso tecnico facendo riferimento allo schema obbligatorio del conto economico di cui all’articolo 2425 lettera A, del codice civile , riferendo alla voce n. 1 («ricavi delle vendite e delle prestazioni») e alla n. 5 («altri ricavi e proventi») escludendo, invece, le variazioni delle rimanenze e i lavori in corso che non possono essere considerati ricavi.

il legislatore, nel riferirsi ai «ricavi» ha considerato gli stessi in senso tecnico, con la conseguenza che deve farsi riferimento sia ai «ricavi delle vendite e delle prestazioni» sub n. l, dell’articolo 2425 del c.c. sia alla voce sub n.5, «altri ricavi e proventi», perché voce assimilabile alla prima, trattandosi di componenti positive, quali «ricavi accessori, dividendi, royalties, canoni attivi»; non possono, invece, sommarsi le voci sub n. 2, «variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semi lavorati e finiti», e sub n. 3, dello stesso articolo 2425 «variazioni dei lavori in corso su ordinazione», che non possono essere considerate ricavi, nemmeno concettualmente assimilabili alla più ampia nozione di «proventi».n La Corte aggiunge che queste ultime voci, rappresentano costi comuni a più esercizi che vengono sospesi in conformità del principio di competenza economica per essere rinviati ai successivi esercizi. Nel caso specifico il collegio dice che la variazione contabile che deriva dal venir meno (in tutto o in parte) della passività prudenzialmente collocata nel fondo rischi ed appostata, successivamente, nella voce 5 «altri ricavi e proventi» non può essere in alcun modo correlata alla gestione ordinaria dell’impresa e considerata un ricavo in senso tecnico. In conclusione la cassazione, rigettando il ricorso, ha integralmente compensato le spese del giudizio, anche in considerazione della novità della questione trattata.

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