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Fallimenti, recupero più facile

Se l’inesigibilità del credito è certa e definitiva, il recupero dell’Iva versata all’erario deve essere consentito anche nel caso in cui il creditore non si sia insinuato nel passivo fallimentare. Il principio, statuito dalla Corte di giustizia Ue nella sentenza 11 giugno 2020, causa C-149/19, in relazione ai vincoli della normativa slovena in tema di riduzione dell’imponibile in caso di mancato pagamento del corrispettivo, può tornare utile anche alle imprese italiane – congiuntamente con i rilievi già espressi dalla Corte qualche anno fa – ai fini del superamento delle stringenti disposizioni dell’art. 26, comma 2, del dpr n. 633/72, che impongono di attendere la fine della procedura concorsuale. Le questioni sollevate dai giudici sloveni miravano ad accertare la conformità unionale delle norme interne che, nel riconoscere al soggetto passivo il diritto di ridurre l’Iva anticipata all’erario ma non incassata sui crediti che insinuati nella procedura concorsuale, precludono tale diritto nel caso in cui, pur essendo il mancato pagamento certo e definitivo, il creditore non abbia provveduto all’insinuazione. Al riguardo, la Corte ricorda che il par. 1 dell’art. 90 della direttiva, secondo cui in caso di annullamento, recesso, risoluzione, non pagamento o riduzione di prezzo dopo il momento in cui si effettua l’operazione, gli stati membri sono obbligati a ridurre la base imponibile dell’Iva dovuta dal soggetto passivo, costituisce l’espressione di un principio fondamentale della direttiva, secondo il quale la base imponibile è costituita dalla controprestazione realmente percepita, cui consegue che l’erario non può percepire a titolo d’Iva un importo superiore a quello che il soggetto passivo aveva percepito. Il paragrafo 2 permette agli stati membri di derogare alla suddetta regola in caso di non pagamento totale o parziale; tuttavia, tale facoltà di deroga, strettamente limitata ai casi di non pagamento, si giustifica col fatto che il mancato pagamento, in alcune circostanze e in ragione della situazione giuridica dello stato membro interessato, può essere difficile da verificare, oppure può essere temporaneo. Pertanto tale facoltà mira soltanto a permettere agli stati membri di tenere conto dell’incertezza legata alla riscossione delle somme dovute, ma non riguarda la questione se possa non effettuarsi una riduzione della base imponibile dell’Iva in caso di definitivo non pagamento. Consentire agli stati membri di escludere, in tale caso, la riduzione della base imponibile, contrasterebbe con il principio di neutralità dell’imposta, da cui discende che, nella sua qualità di percettore di imposte per conto dello stato, l’imprenditore deve essere interamente sgravato del peso dell’imposta dovuta o assolta nell’ambito delle sue attività economiche. Una riduzione definitiva degli obblighi del debitore, quindi, ricade nel paragrafo 1. Invero, la condizione prevista dalla normativa slovena, che subordina la riduzione dell’imponibile all’insinuazione del credito nella procedura fallimentare, è idonea a contribuire sia ad assicurare l’esatta riscossione dell’Iva e a evitare le evasioni, sia a eliminare il rischio di perdita di entrate fiscali. Tuttavia, qualora il soggetto passivo dimostri che, anche se avesse insinuato il proprio credito, quest’ultimo non sarebbe stato riscosso, l’esclusione della riduzione della base imponibile eccede quanto strettamente necessario per eliminare il rischio di perdita di gettito.

 

Riduzione anche dopo l’accertamento

Nella sentenza 2 luglio 2020, causa C-835/18, la Corte ha dichiarato che l’esistenza di un accertamento definitivo non impedisce al soggetto passivo di rettificare l’Iva indebitamente addebitata alla controparte su operazioni rientranti nel regime dell’inversione contabile. In assenza di frode e di rischi per l’erario, la correzione delle fatture, al fine di recuperare l’imposta erroneamente versata, deve essere consentita, entro i termini di decadenza o prescrizione, anche se le operazioni erano state oggetto di verifica a seguito della quale era stato notificato un accertamento non più impugnabile. La causa principale riguardava un’impresa romena che aveva effettuato nel 2013 alcune forniture di beni ad una società tedesca, trattandole come cessioni intracomunitarie esenti, ma in sede di verifica non era stata in grado di esibire i documenti comprovanti il trasferimento della merce. L’amministrazione aveva notificato nel 2014 l’accertamento, recuperando l’Iva con relativi interessi e sanzioni, a seguito del quale l’impresa, riqualificate le forniture come cessioni interne, emetteva fatture rettificative addebitando l’imposta alla cessionaria. Quest’ultima, ricevute le fatture, chiedeva però al fornitore di rettificarle indicandovi il numero identificativo romeno in luogo di quello tedesco; inoltre, nel confermare che i beni non avevano lasciato la Romania, l’acquirente faceva presente che le forniture in questione, secondo la normativa romena, dovevano essere sottoposte al regime dell’inversione contabile. Di conseguenza, l’impresa emetteva nuove fatture rettificative con l’indicazione di tale regime e la correzione del numero identificativo dell’acquirente, riportandole nella dichiarazione del mese di marzo 2014. L’amministrazione riteneva però che l’accertamento definitivo precludesse la riqualificazione delle forniture come cessioni soggette all’inversione contabile. Il giudice del rinvio ha quindi chiesto alla Corte di giustizia se una normativa o una prassi nazionale che non consente ad un soggetto passivo che abbia effettuato operazioni che, successivamente, si sono rivelate rientrare nel regime dell’inversione contabile, di correggere le fatture al fine di conseguire il rimborso dell’Iva indebitamente fatturata e versata, per il motivo che il periodo fiscale nel quale sono state effettuate le operazioni era stato oggetto di avviso di accertamento divenuto definitivo, rispetti i principi di neutralità fiscale, di effettività e di proporzionalità. La Corte osserva anzitutto che, poiché le cessioni in esame rientrano nel regime dell’inversione contabile, il fornitore, ancorché abbia applicato e versato indebitamente l’Iva, non può essere considerato debitore dell’imposta, la quale deve essergli pertanto, in linea di principio, rimborsata. Il diritto di ottenere il rimborso delle imposte riscosse in violazione di norme dell’Ue costituisce infatti la conseguenza e il complemento dei diritti attribuiti ai singoli dalle disposizioni del diritto dell’Unione. La domanda di rimborso dell’Iva indebitamente versata rientra nell’ambito del diritto alla ripetizione dell’indebito. Poiché la direttiva non contiene disposizioni al riguardo, spetta agli stati membri determinare le condizioni in cui l’Iva indebitamente fatturata può essere regolarizzata, nel rispetto del principio di neutralità, che esige la possibilità di rettificare ogni imposta indebitamente fatturata, purché chi ha emesso la fattura dimostri la propria buona fede oppure abbia eliminato completamente il rischio di perdita di gettito fiscale. Nel caso di operazioni rientranti nel regime dell’inversione contabile, il rischio di perdita di entrate fiscali connesso all’esercizio del diritto al rimborso è eliminato. Anche i principi di effettività e di proporzionalità ostano ad una normativa o a una prassi quale quella sotto esame. Nella fattispecie, nonostante la legge nazionale preveda un termine di cinque anni per la rettifica delle fatture, secondo l’amministrazione il soggetto passivo avrebbe dovuto opporsi all’accertamento nei più ristretti termini di impugnativa, quando peraltro ancora non era a conoscenza della reale natura delle operazioni, sicché non era in condizioni di esercitare concretamente il proprio diritto. Quanto al principio di proporzionalità, infine, anche supponendo che sia dimostrata la negligenza del soggetto passivo, la sanzione del diniego totale del diritto al rimborso dell’Iva indebitamente versata, in assenza di indizi di frodi o abusi, appare sproporzionata.

 

Obblighi del cessionario/committente

Nella sentenza del 28 maggio 2020, causa C-684/18, la Corte ha dichiarato che il cessionario che, successivamente all’acquisto, ha ottenuto uno sconto/abbuono sul prezzo, è tenuto a rettificare la detrazione dell’Iva precedentemente operata anche se non ha ricevuto dal fornitore un documento contabile puntuale e anche se il fornitore non ha recuperato la maggiore imposta versata sull’operazione. L’obbligo del primo, infatti, sussiste a prescindere dal diritto del secondo. La questione, concernente l’interpretazione dell’art. 90 della direttiva Iva sulla riduzione dell’imponibile, e degli artt. 184 e seguenti sulla rettifica della detrazione, mirava a chiarire se l’amministrazione possa imporre ad un soggetto passivo, in base all’art. 185, una rettifica della detrazione operata inizialmente, a seguito dell’ottenimento di riduzioni di prezzo. La Corte ricorda che la detrazione operata inizialmente deve essere rettificata quando è inferiore/superiore a quella cui il soggetto passivo ha diritto.

La rettifica deve avvenire quando, dopo la dichiarazione, sono mutati gli elementi presi in considerazione per determinare l’importo delle detrazioni. Il calcolo dell’importo di tale rettifica deve far sì che l’importo delle detrazioni fruite corrisponda a quello a cui il soggetto passivo avrebbe avuto diritto se il mutamento degli elementi fosse stato considerato inizialmente. Qui, i ribassi di prezzo ottenuti dall’impresa acquirente nell’ambito di cessioni interne hanno ridotto l’importo dell’Iva detraibile calcolato inizialmente, sicché si rende necessario rettificare la detrazione iniziale. Il fatto che l’acquirente non disponga di una fattura specifica per tali ribassi, ma solo di una fattura complessiva per tutti i ribassi su molteplici operazioni, non lo esime dal rispettare l’obbligo della rettifica della detrazione dell’Iva operata inizialmente, a seguito della riduzione di prezzo ottenuta. La seconda questione mirava a chiarire se il soggetto passivo acquirente sia tenuto alla rettifica anche nel caso in cui il fornitore abbia cessato l’attività e non possa più, per tale motivo, chiedere il rimborso di una parte dell’Iva che ha versato. La Corte ha osservato che la circostanza che l’Iva dovuta dal fornitore non sia rettificata ai sensi dell’art. 90 della direttiva è irrilevante ai fini dell’obbligo della rettifica che si impone a carico del soggetto passivo acquirente.

Settima puntata – Le precedenti sono state pubblicate il 7, 12, 13, 18, 20 e 21 agosto 2020.

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