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Fallimenti, poteri ampi al tribunale

È legittima la dichiarazione di fallimento intervenuta a seguito di istanza del pubblico ministero, sollecitato a valutare l’eventuale sussistenza di uno stato di insolvenza dell’imprenditore da parte del tribunale, all’esito del procedimento per la dichiarazione di fallimento dello stesso imprenditore, definito con rigetto della domanda a seguito di desistenza del creditore istante.
È questo il principio di diritto affermato dalle Sezioni unite della Cassazione che, con la sentenza 9409 del 18 aprile scorso, hanno definito un contrasto sorto a seguito di precedenti contrastanti della stessa Corte.
L’articolo 7 della legge fallimentare, richiamando il potere di iniziativa del pubblico ministero per la dichiarazione di fallimento riconosciuto in via generale dall’articolo 6 della legge fallimentare, stabilisce infatti che questi presenta la relativa richiesta «quando l’insolvenza risulta dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile», senza limitazioni di sorta.
La norma non consente dunque di escludere dalla relativa previsione le eventuali segnalazioni effettuate nell’ambito di procedure fallimentari.
La “ratio” della disposizione va individuata nell’intento di favorire quanto più possibile un ampio flusso informativo alla Procura della Repubblica, in ragione dell’interesse pubblico alla tempestiva instaurazione di una procedura concorsuale quando ne ricorrano i presupposti.
Nella relazione illustrativa dello schema di decreto legislativo recante la riforma della disciplina delle procedure concorsuali è espressamente specificato che la soppressione della dichiarazione di fallimento di ufficio «risulta bilanciata dall’affidamento al pubblico ministero del potere di dare corso all’istanza di fallimento su segnalazione qualificata proveniente dal giudice al quale … risulti l’insolvenza dell’imprenditore».
Come sottolineato dalla Corte, questa interpretazione non contrasta con l’esigenza di assicurare il rispetto del principio costituzionale del giusto processo (articolo 111 della Costituzione), nella sua espressione della necessaria terzietà del giudice. Questa presuppone che nella vicenda portata al suo esame, il giudice non abbia assunto iniziative che lo abbiano in qualche modo impegnato in valutazioni che mettano in discussione la terzietà. Infatti la comunicazione al pubblico ministero dello stato di insolvenza (“notitia decoctionis”) non ha alcun contenuto decisorio, nemmeno come esito di una delibazione sommaria sicché, non essendovi alcuna coincidenza fra il contenuto della segnalazione e l’oggetto della successiva istruttoria conseguente all’iniziativa del pubblico ministero, non è neppure astrattamente configurabile una violazione dei principi di terzietà e imparzialità del giudice, intesi come sua equidistanza dall’oggetto del giudizio e dalle parti. Dato che la sollecitazione al pubblico ministero interviene all’esito di una procedura fallimentare, l’iniziativa del Pm è del tutto autonoma ed è conseguente alla sua libera determinazione adottata sul punto; e altrettanto libero e autonomo è il successivo giudizio del tribunale emesso in un nuovo e diverso procedimento.
Alla luce della decisione delle Sezioni unite deve ritenersi che il tribunale, in sede prefallimentare, se riscontra la sussistenza dello stato di insolvenza del debitore non solo abbia il potere di effettuare la segnalazione prevista dall’articolo 7, comma 2, della legge fallimentare, che legittima poi il pubblico ministero a svolgere istanza di fallimento, ma abbia un vero e proprio dovere in tal senso in caso di sopravvenuta desistenza dal ricorso da parte dell’originario creditore o di archiviazione del procedimento per ragioni procedurali. Il Pm non è naturalmente vincolato a questa segnalazione. Infatti, può non darle seguito, se ritiene che non sia fondata.

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