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Fallimenti, percorso a ostacoli per i crediti

di Giovanna Vernarecci di Fossombrone  

Si complica la vita degli imprenditori con crediti verso le procedure concorsuali. La Sezione tributaria della Cassazione ha infatti emesso una pronuncia che corrobora la prassi degli organi verificatori e accertatori, abrogando la riferibilità ai criteri civilistici per la formazione del bilancio in tema di passaggio a perdite dei crediti commerciali verso le procedure concorsuali.

Con la recente sentenza 22135/2010 la Cassazione si pone in linea con la visione in materia degli organi verificatori e accertatori stabilendo che «l'anno di competenza per operare la deduzione deve coincidere con quello in cui si acquista certezza che il credito non può più essere soddisfatto: quello della dichiarazione di fallimento, o di ammissione alla liquidazione coatta amministrativa, al concordato preventivo, alla Amministrazione delle grandi imprese in crisi.

In assenza di tale coincidenza, per la deduzione occorrerà attendere la chiusura della procedura concorsuale: il che, come è noto, può significare dieci o 15 anni pieni.

Così limitando l'operatività anche di quel po' di «polmone» finanziario costituito dall'accesso alla deduzione di crediti che verranno realizzati, se lo verranno, solo in «moneta fallimentare» (ossia per risicate percentuali) la sentenza 22135/2010 comporterà per l'imprenditore la necessità di dedicarsi, nel secondo semestre dell'anno, ad un'attività di minuziosa verifica dello stato dei suoi debitori e lo sconsiglierà in quello stesso spazio temporale dal deposito di istanze di fallimento, onde evitare il rischio che il Tribunale adito le accolga magari a metà dicembre.

Da un punto di vista pratico insomma la recente pronuncia rischia di peggiorare la situazione senza regole né controllo con cui l'imprenditoria italiana deve fare continuamente i conti: oppressa da un oggettivo deficit di tutela nei confronti dei debitori – che spesso affollano i registri delle camere di commercio dove li ritroviamo «inattive», in liquidazione volontaria, cancellate senza liquidazione, cessate e così via, magari per anni e anni dopo la loro decozione pur non idonea a fondarne il fallimento – e ora costretta a correre dietro alle situazioni a rischio per evitare di vedersi sfumare anche la possibilità di deduzione in tempi ragionevoli.

La sentenza in esame lascia poi francamente perplessi anche sotto il profilo giuridico: non foss'altro perché rimane in essa perduto il riferimento al «criterio ermeneutico della (pur solo) tendenziale unità dell'ordinamento giuridico» – evocato invece dall'unica altra sentenza sul punto, la n. 12831 del 2002, che dichiarava che «non v'è ragione di escludere aprioristicamente la possibilità che l'apprezzamento di tali elementi consenta di individuare i requisiti di certezza e di determinabilità della perdita con riguardo ad un esercizio diverso da quello nel quale la procedura concorsuale si è aperta» .

L'ultima decisione ha poi fatto silenziosa ma inappellabile «giustizia» delle pur pregevoli – e, si spera, riconsiderabili da future pronunce – argomentazioni con cui nel 2002 si era sottolineato che «la questione» delle perdite su crediti verso procedure concorsuali deve essere risolta «in base alla regola generale posta dall'art. 75, comma primo del dpr 22 dicembre 1986 n. 917, per cui i componenti del reddito di cui nell'esercizio di competenza non sia ancora certa l'esistenza o determinabile in modo obiettivo l'ammontare cui concorrono a formarlo nell'esercizio in cui si verificano tali condizioni», tanto più che l'art. 66, comma terzo, dpr n. 917/1986 (ora 101, n. 5) venne introdotto a suo tempo dal testo unico delle imposte sui redditi in sostituzione della regola precedentemente seguita, per la quale i requisiti della certezza e determinabilità della perdita non si ritenevano verificati per effetto dell'apertura della procedura concorsuale, ma solo al momento della sua chiusura.

Tale disposizione – sottolineava nel 2002 la Corte – confliggeva in maniera evidente e insanabile con la regola valevole per il bilancio civilistico, di cui all'art. 2426 n. 8 c.c., per il quale i crediti devono essere iscritti a bilancio secondo il valore di presumibile realizzazione; e proprio la necessaria armonizzazione delle due normative – oltre che la logica e l'argomento terminologico consistente nell'osservazione che deducibilità non vuol dire obbligo di deduzione, ma solo sua possibilità – permette di concludere che la norma tributaria «disponendo la deducibilità dei crediti nell'anno di apertura della procedura concorsuale, non ne impone perciò la deduzione, e non offre una base all'assunto che essa dovrebbe aver luogo indefettibilmente in quell'esercizio», tanto più che è «doveroso riconoscere che i vari tipi di procedure concorsuali consentono, in tutto o in parte, il recupero del credito in dipendenza di molteplici variabili».

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