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Fallimenti, penale da rivedere

L’esposizione del mondo del credito verso imprese in ristrutturazione resta assai elevata, nell’ordine dei 120-130 miliardi. Quanto a investimenti, sono 28 i punti fissi persi dall’inizio della crisi. E allora a una riforma del diritto fallimentare è meglio procedere con cautela. Tenendo presente però che, se si deciderà di condurre in porto la delega Rordorf, ci vorrà anche la revisione dei reati di bancarotta. Sono alcuni degli elementi emersi ieri al convegno milanese organizzato da Deloitte su «Risanamento d’impresa e tutela penale dell’economia».
La fotografia del settore bancario è stata scattata da Tullio Piemontesi di Unicredit-Special Crediti che, nel suo intervento, ha anche messo l’accento su alcuni degli indici che più segnalano la sofferenza di un’impresa. E che più fanno sollevare le antenne alle banche. Tema delicato. Tanto più che lo schema di legge delega appena approdato in Parlamento (se ne parlerà a breve alla Camera, in commissione Giustizia) molto scommette sull’emersione tempestiva della crisi prima che sfoci nell’insolvenza, con il debutto delle procedure di allerta. E allora, per Piemontesi, le spie più significative sono rappresentate dall’assottigliarsi del flusso di cassa, dalla ristrutturazione delle rete vendite e dalla sostituzione dei fornitori. Piemontesi ha invece ridimensionato il tema dell’afflusso di finanza all’impresa in crisi, nella convinzione che, una volta che l’impresa è entrata in una spirale di forte negatività, di ulteriore benzina non ha proprio bisogno.
Il procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, ha sottolineato come la tutela dell’economia sana sia un faro dell’azione della Procura anche per la necessaria salvaguardia dei livelli occupazionali. Ma ciò non vuol dire chiudere gli occhi sulle patologie. E allora, sull’amministrazione straordinaria, ha sottolineato Greco, è indispensabile lavorino manager capaci (il capo di gabinetto del ministero dello Sviluppo economico, Vito Cozzoli, ha annunciato la prossima approvazione di un decreto sui compensi giocato in misura maggiore sulla premialità dei risultati, anche se già oggi l’80% degli interventi rispetta i programmi di risanamento previsti).
Sul versante delle fattispecie penali, Greco ha ricordato che alcuni reati che dovrebbero essere contestati soprattutto in funzione preliminare all’esplodere della crisi d’impresa – come il conflitto d’interessi e l’appropriazione indebita – rischiano di vedere compromessa la loro forza, anche deterrente, vuoi per le sanzioni esigue vuoi per le condizioni di procedibilità a querela. A Milano, poi, l’anno scorso sono diminuiti sia i fallimenti (di 150 unità) sia i concordati (di 80), mentre i principali creditori sono quelli pubblici con le consuete difficoltà di Equitalia a riscuotere quanto dovuto.
Quanto alla voluntary disclosure, Greco ne ha messo in evidenza un elemento: dei 60 miliardi interessati dall’operazione, le segnalazioni sono state divise in parti quasi uguali tra uomini e donne (65mila a 60 mila). La Lombardia da sola ha totalizzato quasi la metà dei rientri. Nell’intervento di Greco è poi emerso il rammarico per la difficoltà dei realizzi nell’ambito delle procedure concorsuali: su 3.759 lotti ne sono stati aggiudicati, a valori assai bassi, 560.
Francesco Mucciarelli, docente di Diritto penale alla Bocconi, dopo avere ricordato l’assai esiguo numero di detenuti per reati di criminalità economica (a riprova che non è il nostro sistema penale a fare da deterrente a progetti di investimento esteri in Italia) si è detto perplesso sulla nuova, abbozzata, fattispecie di bancarotta prevista dalla delega Rordorf come spinta penale a fare emergere la difficoltà d’impresa, ma, se la riforma della Legge fallimentare venisse realizzata, sarebbe indispensabile anche riscrivere la parte penale. E Alberto Maffei Alberti, docente di Diritto commerciale a Bologna, ha contestato, ai fini della continuità d’impresa, il ridimensionamento della revocatoria a fronte dell’introduzione di farraginose procedure di allerta.

Giovanni Negri

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