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Fallimenti con la misura fissa

Le pronunce del tribunale che definiscono i giudizi di opposizione allo stato passivo del fallimento con l’accertamento di crediti derivanti da operazioni soggette a Iva scontano l’imposta di registro in misura fissa (e non proporzionale). Ad affermarlo è la Corte costituzionale nella sentenza n. 177/2017 di ieri, che ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 8, comma 1, lettera c) della Tariffa allegata al dpr n. 131/1986, che invece prevedeva l’applicazione del prelievo in misura proporzionale dell’1%.

Il caso nasceva nel corso di un giudizio promosso da un curatore fallimentare nei confronti dell’Agenzia delle entrate. L’ufficio aveva liquidato circa 70 mila euro di maggiore imposta di registro in relazione a un decreto con cui il tribunale di Napoli aveva ammesso al concorso un credito in precedenza escluso, derivante da operazioni imponibili Iva. Secondo la Consulta, sarebbe discriminatorio mantenere una differenza impositiva tra le pronunce di accertamento e le pronunce di condanna, dal momento che entrambe sono finalizzate alla soddisfazione del credito ammesso al passivo. «La ratio sottesa all’alternatività fra l’imposta di registro e l’Iva risulta comune a entrambe le situazioni», osservano i giudici delle leggi, «ed esige pertanto che l’ambito di applicazione del beneficio fiscale (l’imposta fissa, ndr) sia esteso alle pronunce in questione, non essendo rilevante che il pagamento del corrispettivo soggetto a Iva, in sede di riparto dell’attivo fallimentare, sia un evento futuro e incerto nell’an e nel quantum, ben potendo valere questa stessa affermazione anche per il pagamento coattivo in seguito a condanna, che dipende comunque dalla capienza del patrimonio del debitore».

Privilegi del fisco ko. La possibilità per l’erario di chiedere retroattivamente il privilegio per i crediti erariali a valere sul ricavato della vendita degli immobili del debitore finisce al tappeto. Con la sentenza n. 176/2017 di ieri la Consulta ha infatti dichiarato incostituzionale l’articolo 23, comma 39, ultimo periodo del dl n. 98/2011. Si tratta della norma che, modificando l’articolo 2776 del codice civile, aveva stabilito come i crediti dello stato per imposte dirette e sanzioni fossero collocati sussidiariamente, in caso di infruttuosa esecuzione sui mobili, sul prezzo degli immobili, con preferenza rispetto ai crediti chirografari. A finire nel mirino dei giudici costituzionali è però la disposizione secondo cui la novità si sarebbe applicata «per i crediti sorti anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto». Pur ammettendo la possibilità di un intervento retroattivo, nel caso in esame la norma avrebbe trovato applicazione «oltre ai casi consentiti in base ai principi generali e cioè a quelli in cui lo stato passivo esecutivo è già definitivo». Ciò causerebbe un «detrimento del legittimo affidamento nella soddisfazione dei propri crediti riposto dagli altri creditori, senza che sussistano motivi imperativi di interesse generale che lo giustifichino». Per questo motivo la Consulta aveva già censurato i commi 37 e 40 dello stesso articolo 23 del dl n. 98/2011, con sentenza n. 170/2013. Da qui la bocciatura anche del comma 39, ultimo periodo.

Autotutela facoltativa. L’Agenzia delle entrate non è obbligata a rispondere all’istanza di autotutela avanzata dal contribuente. «Non esiste un dovere dell’amministrazione di pronunciarsi sull’istanza di autotutela e, mancando tale dovere, il silenzio su di essa non equivale a inadempimento». Il mancato riscontro non è perciò contestabile davanti ad alcun giudice. Questo, in estrema sintesi, il principio ribadito dalla Consulta nella sentenza n. 181/2017 di ieri, che ha dichiarato non fondata la questione sul presunto «vuoto di tutela» del contribuente a fronte dell’impossibilità di impugnare il silenzio dell’ufficio.

Contraddittorio preventivo. Nulla di fatto sul (presunto) obbligo generalizzato di attivare un contraddittorio preventivo con il contribuente anche prima di emettere gli accertamenti in materia di imposte dirette (e non solo di tributi armonizzati, come già affermato dalle Sezioni unite della Cassazione). Con le ordinanze nn. 187, 188 e 189 di ieri, infatti, la Corte costituzionale ha dichiarato «manifestamente inammissibili» le questioni proposte in relazione alle tutele pro-contribuente fissate dalla legge n. 212/2000, senza quindi entrare nel merito.

Valerio Stroppa

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