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Fallimenti, Italia a più velocità

Più di 12 anni: tanto occorre per smaltire i processi fallimentari pendenti a Bari. Che alla fine dello scorso ammontavano a 2.031, con 101 nuove pratiche. All’opposto, occorrono 3,4 anni a Modena, con 113 nuovi procedimenti e 762 pendenti. Comune denominatore dei tribunali italiani, tuttavia, è la riduzione dei tempi della giustizia per la gestione delle procedure fallimentari, negli ultimi 5 anni. La media, infatti, è scesa del 30% da circa 8 anni del 2015 ai 5,8 nel 2020. Anno nel quale, però, a causa della pandemia, si registra una risalita (la media era di 5,39 nel 2019). Nel 2020, infatti, pur essendo state aperte meno pratiche, la maggior parte dei tribunali (15 sui 20 esaminati) non sono riusciti a recuperare tempo chiudendone un maggior numero rispetto al passato.

A cronometrare i tempi delle procedure è Cherry Sea, l’osservatorio sui tribunali fallimentari realizzato da Cherry srl, startup che fornisce servizi di intelligence agli operatori del mercato del credito deteriorato. Per elaborare i dati, gli analisti di Cherry Bit hanno utilizzato il disposition time (Dt), ossia la metrica adottata dalla Cepej, la Commissione europea per l’efficienza della giustizia per stimare la durata dei procedimenti, che può essere definito come il tempo necessario per smaltire i procedimenti pendenti alla fine di un determinato anno.

Procedure lumaca. La fotografia scattata riguarda i venti tribunali più attivi dove, cioè, ogni anno si apre il maggior numero di nuove pratiche (mediamente il 50% del totale delle procedure aperte annualmente nei 140 tribunali fallimentari italiani): emerge che il tribunale più lento è quello di Bari, seppur in miglioramento rispetto al dato del 2015 (Dt di 15,8 anni). In testa per velocità c’è invece Modena: Dt di 3,4 rispetto ai 9 anni del 2015, il che significa che la riduzione è stata di oltre il 60%.

Come anticipato, nel 2020, pur essendo state aperte meno procedure, (7.500 in tutta Italia, oltre il 30% in meno rispetto all’anno precedente, quando se ne registrarono 11 mila), lo stock delle pratiche non è stato ridotto altrettanto drasticamente: dalle 83 mila al 31 dicembre 2019 si è passati a 77 mila, con una variazione del -7% (si veda anche ItaliaOggi del 23/4/2021). «I dati del 2020 sono inevitabilmente condizionati dalla pandemia», spiega Giacomo Fava, lead artificial intelligence engineer di Cherry, «da un lato il lockdown tra marzo e giugno ha limitato l’attività dei tribunali, dall’altro le moratorie hanno «congelato» l’avanzamento di alcune procedure. Il minor numero di pratiche in ingresso ha permesso di conseguire un valore molto alto di Clearance Rate, o tasso di smaltimento, parametro che misura in percentuale il rapporto tra procedimenti conclusi e aperti nell’anno: nel 2020 tale valore si è attestato mediamente al 174%, mentre nel 2019 un tribunale su quattro non raggiungeva il 100% (ovvero apriva più pratiche di quante ne chiudesse). Nonostante ciò, nell’anno appena trascorso solo sette tribunali tra i primi venti hanno velocizzato la propria capacità di smaltire i pendenti».

Passando alla tempistica delineata dal Dt, dal 2015 al 2019 la riduzione dei venti tribunali è stata progressiva. A fine 2019, in particolare, si è raggiunto il valore medio più basso di 5,4 anni, poi l’emergenza sanitaria nel 2020 ha fatto crescere nuovamente il valore. Hanno velocizzato i tempi, negli ultimi cinque anni, soprattutto Bologna (da 7,8 anni a 4,5), Napoli (da 9,7 anni a 5), Padova (da 10,2 anni a 5,8), Torino (da 6,9 anni a 3,9), Treviso (da 6,8 anni a 3,9), Venezia (da 8,1 anni a 4,5), Verona (da 8,6 anni a 4,7) e Vicenza (da 9 anni a 4,3). Tempi più lunghi a Cagliari (da 5,5 anni a 8,4), mentre Firenze aumenta leggermente il valore del 2015 (da 7 anni a 7,3), così come Roma (da 6,52 anni a 6,54). Nell’anno appena trascorso solo sette tribunali tra i primi venti hanno velocizzato la propria capacità di smaltire i pendenti, migliorando il proprio Disposition time rispetto al 2019: ci sono riusciti, in particolare, Verona (-35%), Catania (-28%), Treviso (-13%), Padova (-10%), Bergamo (-9%), Venezia (-8%), e Modena (-6%).

L’impatto della pandemia si è visto soprattutto su Monza, che tra il 2015 e il 2019 aveva migliorato di quasi il 50% il suo Dt, portandolo da 9,4 a 5 anni, miglioramento poi vanificato nel 2020, quando il valore è aumentato a 8,2 anni. Hanno peggiorato il proprio Dt, tra un anno e l’altro, anche a Genova (da 4,16 a 5,92), Torino (da 2,83 a 3,96), Cagliari (da 6,31 a 8,45) e Bari (da 10,10 a 12,69). A conferma di questo dato, quello relativo alle pratiche chiuse rispetto al 2019: Monza ha chiuso il 40% di pratiche in meno. A seguire Torino (-35%), Genova (-32%), Napoli (-28%) e Cagliari (-27%).

«È fondamentale che i tribunali fallimentari vengano messi nelle condizioni di velocizzare le procedure», commenta a ItaliaOggi Sette Giovanni Bossi, fondatore di Cherry srl, «le moratorie sono uno strumento indispensabile per tutelare il sistema economico da una crisi improvvisa e senza precedenti, pertanto è auspicabile che vengano prorogate a fine anno, così come indicato dal governo nel Def. In questi mesi hanno contenuto l’impatto della crisi e infatti si sono aperte molte meno procedure che in passato, ma una volta venute meno le misure di sostegno dovremo aspettarci una nuova ondata di fallimenti, le cui effettive dimensioni non sono a oggi misurabili: i tribunali dovranno farsi trovare pronti, o rischieremo di ingolfare la macchina e vanificare quei progressi che, prima della pandemia, i tribunali avevano conseguito»

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