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Fallimenti, ed è subito allerta

Per 91 mila imprese italiane, su un totale di 937 mila circa, c’è il 90% di probabilità che si arrivi al fallimento. Si sale addirittura a 526 mila società con un tasso di default del 70% e 275 mila con una soglia dell’80%. Sono molte, quindi, le imprese italiane che rischiano di essere coinvolte nelle nuove misure restrittive previste dal codice della crisi d’impresa con la maggiore responsabilità degli organi amministrativi. Spetta quindi agli organi amministrativi delle società, il compito, in ordine all’applicazione dell’articolo 375 del codice della crisi d’impresa, di attivarsi per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.L’allarme arriva da un’analisi effettuata da Cerved Group Score, su richiesta del ministero di grazia e giustizia, sui bilanci delle società di capitali dell’anno 2017, sui quali sono stati applicati una serie di indicatori che, utilizzati individualmente, risultano altamente predittivi di una crisi di impresa (cashflow/attivo nell’area di redditività, patrimonio netto su passivo per la struttura finanziaria, oneri finanziari su ricavi per la sostenibilità dei debiti e il current ratio per l’equilibrio finanziario). Obiettivo è quello di evidenziare gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale e finanziario dell’impresa, mediante l’applicazione di questi appositi indici altamente predittivi, associati a tassi e soglie di default. Tra questi, per esempio, è stato individuato: l’indicatore che segnala la sostenibilità dei debiti mediante l’indice oneri finanziari su ricavi, che a valori elevati dimostra la difficile sostenibilità dell’indebitamento finanziario; e l’indicatore dell’area di redditività quale è l’indice cash flow/attivo, che a valori ridotti rivela una bassa redditività. Per cui, Cerved stima che a un tasso di default al 90% corrisponde una soglia pari al -10,7%: questo significa che il 90% delle società con un rapporto tra cash flow e attivo al di sotto di tale soglia entra in default. Ovvero a un tasso di default del 70% corrisponde un valore soglia pari al 2,7% per l’indicatore cash flow/attivo: significa che il 70% delle società del campione con un indicatore al di sotto di tale soglia entra in default.

Il campione coinvolto rappresenta il 95% delle società di capitali (936.999 imprese) ed è costituito prevalentemente da micro-piccole e medie imprese che mostrano una significativa vulnerabilità finanziaria e un alto rischio di default.

Ebbene, questo è lo scenario in cui numerose imprese devono saper agire con tempestività, tenuto conto di un efficace sistema di allerta che assolva la funzione di recettore di rischio crisi mediante: identificazione di adeguati indicatori; intercettazione di anomalie rilevanti con una attenta e scrupolosa verifica della situazione economico-finanziaria associata a essenziali fattori aziendali interni più predittivi e valutazione adeguata delle misure e soglie di allerta sulla base dei quali far partire all’occorrenza la segnalazione d’allerta.

Il che significa che le segnalazioni delle imprese in default potrebbero essere molto elevate, con la conseguenza di provocare un ricorso in massa alle procedure concorsuali previste dalla previgente legge fallimentare, per effetto delle rigorose e stringenti regole approvate dal codice della crisi d’impresa. C’è, quindi, pochissimo tempo per provvedere ai doveri imposti dal codice della crisi d’impresa, poiché gli organi amministrativi che si trovano anche a fine carica, devono dimostrare già in fase di redazione della nota integrativa del progetto di bilancio dell’anno d’imposta 2018, la sussistenza o meno dei presupposti per la continuità aziendale, ovvero il grado di superamento o scostamento di quei indicatori di crisi che sono, comunque, già conosciuti nella prassi aziendale e con le responsabilità previste per gli stessi organi ai sensi degli articoli 2476 e 2486 del codice civile così come modificato dal nuovo art. 378 del codice della crisi.

Si consideri pertanto, che nel momento in cui è tanto veloce la propagazione dei sintomi di crisi quanto più impellente è cogliere l’esatto crocevia tra le necessarie tutele dei creditori che corrono il rischio di subire le perdite legate alla crisi e la salvaguardia della continuità aziendale, scatta la segnalazione di allerta default che rimane la fase cruciale a cui gli organi amministrativi, responsabilmente, sono chiamati ad agire senza indugio.

I paracadute? Arriveranno solo dal 2020, data di entrata in vigore, secondo l’articolo 389 del nuovo codice, di misure quali gli obblighi di riservatezza di cui al comma 3 dell’articolo 4, il riconoscimento delle misure premiali previste dall’articolo 25 (Cci), e delle misure protettive dell’art.20 (Cci). Infatti, prendendo per esempio, il contesto in cui i bilanci annuali saranno pubblici, sarà difficile creare i presupposti per superare la crisi d’impresa e salvaguardare la continuità aziendale senza poter contare sugli effetti previsti dal comma 3 dell’articolo 4 (Cci) secondo cui: i creditori hanno il dovere di collaborare lealmente con il debitore, con i soggetti preposti alle procedure di allerta e composizione assistita della crisi, con gli organi nominati rispettare l’obbligo di riservatezza sulla situazione del debitore, sulle iniziative da questi assunte e le informazioni acquisite.

In breve tempo, quindi, le imprese dovranno potenziare le regole di governance aziendale e far ricorso inevitabilmente a strumenti quali istanze di concordato o ristrutturazione del debito. Queste consentono di poter fare richiesta di misure protettive per le azioni cautelari dei creditori e tentare di salvaguardare la continuità aziendale. Tuttavia, nella maggior parte dei casi e in situazioni di gravi difficoltà finanziarie ai limiti del default, per l’impresa, ciò significa il preludio a una istanza di fallimento.

Ed è proprio in tali ambiti che scattano le responsabilità degli amministratori secondo cui il nuovo articolo 2476 del codice civile, prevede che: «…gli amministratori rispondono verso i creditori sociali per l’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio…». E ancora all’articolo 2486 del codice civile «Quando è accertata la responsabilità degli amministratori…, e salva la prova di un diverso ammontare, il danno risarcibile si presume pari alla differenza tra il patrimonio netto alla data in cui l’amministratore è cessato dalla carica o, in caso di apertura di una procedura concorsuale alla data di apertura di tale procedura e il patrimonio netto determinato alla data in cui si è verificata una causa di scioglimento di cui all’articolo 2484».

Da ciò ne emerge, quindi, anche un vuoto normativo che può prestare il fianco a uno scenario assai enigmatico, in modo particolare, per le imprese che presentano gravi difficoltà finanziarie. Difatti, le misure applicative, frammentate tra nuovo codice e la previgente legge fallimentare rischiano di vanificare l’utilità di una vacatio legis che, avrebbe dovuto facilitare, in primis, l’azione tempestiva al recupero della perdita di continuità aziendale avvalendosi di regole nuove di per sé anche di natura esplorativa.

Enrico De Fusco

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