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Fallimenti d’impresa all’insegna del politically correct

Dopo aver abolito la povertà, il governo gialloverde ha abolito anche i fallimenti: non ci saranno più i falliti (termine considerato troppo carico di discredito sociale) ma i «sottoposti alla liquidazione giudiziale», molto più politically correct. Ma, al di là delle riforme nominalistiche, la novità più importante contenuta nel decreto legislativo approvato in via definitiva dal consiglio dei ministri del 10 gennaio, è certamente l’introduzione delle procedure di allerta. Cioè un sistema finalizzato a consentire la preventiva emersione della crisi, con l’obiettivo del risanamento dell’impresa e comunque, nel caso questo sia impossibile, del più elevato soddisfacimento dei creditori. Per rendere possibile tutto ciò si sono introdotti gli organismi di composizione della crisi d’impresa (Ocri) con il compito di dare riscontro alle segnalazioni di crisi, per cercare di recuperare la situazione ed evitare nei limiti del possibile il default. Una costruzione raffinata dal punto di vista teorico (presa in gran parte dal progetto messo a punto dalla commissione Rordorf), ma con molti punti interrogativi quando si scende a livello pratico. Per esempio: quali possibilità e quali strumenti avrà un pool di tre professionisti calati dall’alto in una situazione aziendale problematica? Quasi nessuno. Certamente non può avere una conoscenza dell’azienda, delle sue problematiche, della sua storia, dei suoi creditori, del mercato in cui opera, approfondita come quella dell’imprenditore. Né potrà dedicare ai problemi aziendali il tempo e l’energia che normalmente questi gli dedica. Quindi, alla fine, l’intervento si ridurrà, nella maggior parte dei casi, a convocare qualche creditore per chiedere uno sconto o un allungamento dei termini del debito. Un po’ poco per giustificare una procedura che, nel frattempo, ha messo in allerta i creditori, i fornitori, le banche e tutti gli altri stakeholders, che a questo punto staranno ben attenti a non aumentare la loro esposizione nei confronti dell’azienda in difficoltà, anzi, cercheranno in molti casi di ridurla, con il risultato di rendere più critica, e spesso irreparabile, la situazione.

È vero che questa parte della riforma entrerà in vigore solo 18 mesi dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo ma, secondo le prime stime, almeno 15 mila aziende dovrebbero entrare nel girone infernale di composizione assistita della crisi. Le legge prevede che si dia priorità di trattazione alle proposte che comportano il superamento della crisi assicurando continuità aziendale; tra gli strumenti di gestione delle crisi e dell’insolvenza, si cercherà di preferire le procedure alternative a quelle dell’esecuzione giudiziale. Ma, alla fine, se la situazione aziendale è veramente compromessa (e se non lo è, perché avviare la procedura di crisi?) le opzioni disponibili sono le stesse attualmente previste dalla legge fallimentare: concordato preventivo, accordo di ristrutturazione, piano attestato di risanamento. E poco altro.

Scendendo ancora di più nel concreto si può prevedere che le imprese che attraversano un momento di difficoltà, come prima mossa, cercheranno di dividersi in unità più piccole, per stare sotto i 2 milioni di fatturato ed evitare così l’assoggettamento alle nuove procedure. In alternativa, tenderanno a privilegiare il pagamento dei debiti fiscali e previdenziali, con la conseguenza di allungare i tempi di pagamento degli altri creditori, perché i primi sono molto più pericolosi nel senso della potenzialità ad attivare automaticamente le procedure di allerta, al contrario dei secondi, dove il creditore può avere diversi motivi per portare pazienza e sperare nel soddisfacimento del proprio diritto. C’è anche da dire che molto dipenderà, in realtà, da come e quali indicatori dello stato di crisi saranno identificati, perché questo potrebbe allargare o restringere notevolmente il numero delle imprese coinvolte.

In conclusione: una riforma che pone il nostro paese nella scia dei paesi più avanzati, almeno dal punto di vista legislativo. Che desta però più di una perplessità sugli effetti concreti che ne potrebbero scaturire, soprattutto in un momento nel quale in tessuto produttivo è indebolito da dieci anni di crisi economica e molte aziende navigano a vista, in attesa magari di tempi migliori. C’è comunque il rischio concreto che tra gli effetti non voluti della riforma si palesi una contrazione del credito: già oggi le banche stanno riducendo o addirittura tagliando le esposizioni nei confronti di coloro che hanno debiti fiscali, a rischio quindi di futura segnalazione. Se il buongiorno si vede dal mattino…

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