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Fallimenti, crediti con data certa

Nel procedimento di accertamento del passivo del fallimento, la mancanza di data certa nelle scritture prodotte è fatto impeditivo all’accoglimento della domanda del creditore. Si tratta di una circostanza oggetto di eccezione in senso lato, in quanto tale rilevabile anche d’ufficio dal giudice. È il principio affermato dalla Cassazione a sezioni unite che, con la sentenza 4213 del 20 febbraio scorso, ha risolto un conflitto giurisprudenziale.
La Suprema corte ha ricordato che, nei confronti del creditore che propone istanza di ammissione al passivo del fallimento per un suo preteso credito, il curatore è terzo e non parte. Da questa circostanza discende l’applicabilità dei limiti probatori indicati nell’articolo 2704 del Codice civile in tema di certezza e computabilità della data riguardo ai terzi. Al curatore non sono quindi opponibili i crediti che non hanno data certa, né sono applicabili le disposizioni degli articoli 2709 e 2710 del Codice civile, che regolano l’efficacia probatoria delle scritture contabili contro l’imprenditore e tra imprenditori.
L’inopponibilità, prevista dal l’articolo 2704 del Codice civile, non riguarda il negozio, ma la data della scrittura e non investe l’efficacia dell’atto, ma solo la prova di esso a mezzo della scrittura. La prova del negozio e della sua stipulazione prima del fallimento può essere, quindi, fornita, a prescindere dal documento probatorio, con tutti gli altri mezzi consentiti, anche nei confronti dei terzi e del curatore, salve le limitazioni derivanti dalla natura e dall’oggetto del negozio. Così, ad esempio, per il conferimento di un incarico per espletare attività di consulenza o comunque attività stragiudiziale, non è prevista la forma scritta né ad substantiam (cioè, per la sua validità ed efficacia) né ad probationem (vale a dire, ai fini della prova). Pertanto, l’incarico professionale per queste attività può essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti. E il giudice, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza, può ammettere la parte interessata a provare con testimoni sia la conclusione, sia il contenuto del contratto.
Secondo la Cassazione, l’elemento della data certa di una scrittura privata non integra un fatto costitutivo del credito; di conseguenza, l’onere probatorio gravante sul creditore in sede di accertamento del passivo si può ritenere soddisfatto se viene prodotta la documentazione idonea a dimostrare la fondatezza della pretesa formulata.
La mancanza di data certa, costituisce eccezione in senso lato, rilevabile dal giudice anche in mancanza di specifica eccezione del curatore. Il giudice non può però motivare la decisione di esclusione del credito con affermazioni generiche o apodittiche del tipo: «Tutti gli atti prodotti dalla difesa dell’opponente a suffragio della sì rilevante pretesa azionata sono privi di data certa anteriore al fallimento: così sia il contratto che gli atti di ricognizione di debito che la documentazione contabile». Il giudice deve, al contrario, specificare in particolare quali siano le scritture contabili fornite e chiarire in relazione a esse (ad esempio, ai bilanci della società fallita) le ragioni per cui non sia attribuibile data certa.
Se l’eccezione è rilevata d’ufficio, occorre disporre la relativa comunicazione alle parti per eventuali osservazioni e richieste e la decisione nel merito è subordinata a questo adempimento, perché il giudice non può decidere senza una preventiva instaurazione del contraddittorio tra le parti sul punto. Infatti, il principio del necessario rispetto del contraddittorio – espresso dall’articolo 111 della Costituzione e recepito in specifiche norme del Codice di procedura civile (articolo 183 e, soprattutto, articolo 101, comma 2) – deve trovare piena applicazione anche nell’ambito dell’accertamento del passivo.

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