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Fallimenti, così si sceglie il curatore

Aumentare la garanzia di terzietà dell’organo di gestione e accelerare le procedure fallimentari sono due delle principali direttive che emergono dalla miniriforma alla legge fallimentare introdotta dal Dl 83/2015 (convertito dalla legge 132/2015, in Gazzetta Ufficiale 192 del 20 agosto 2015 ).
Criteri di nomina
In sede di dichiarazione di fallimento e di contestuale nomina dei curatori fallimentari, il tribunale deve tenere conto anche delle risultanze dei rapporti riepilogativi relativi all’attività svolta dal professionista durante altri incarichi e redatti dal curatore stesso (articolo 33, comma 5, della legge fallimentare).
Questi rapporti riepilogativi, che hanno cadenza semestrale, descrivono nel dettaglio le attività svolte dal curatore indicando anche tutte le informazioni raccolte dopo la prima relazione particolareggiata, oltre a render conto della sua gestione. Di conseguenza, dovrebbero permettere al tribunale di comprendere la diligenza e tempestività e il modus operandi tenuto dal singolo professionista.
La legge di conversione ha confermato il logico divieto di nominare come curatore soggetti che abbiano concorso a cagionare il dissesto dell’impresa, ampliando la portata temporale di questo impedimento a «qualsiasi tempo». In base alla vecchia normativa il veto era invece circoscritto ai due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento, mentre il decreto legge lo aveva portato a cinque anni.
In sede di conversione è stato invece eliminato il divieto di nomina a curatore per chi aveva precedentemente svolto la funzione di commissario giudiziale nel concordato preventivo del medesimo debitore e per chi fosse unito in associazione professionale con chi aveva svolto tale funzione.
La norma aveva sollevato ampie discussioni e critiche dagli ordini professionali, dalle associazioni di categoria e dalla magistratura, ed era stata inizialmente introdotta con un duplice obiettivo:
da un lato, evitare che in casi dubbi il commissario abbia la tentazione di un interesse (anche economico) alla dichiarazione di fallimento, confidando in un doppio incarico come curatore;
dall’altro lato, garantire un riesame oggettivo da parte del curatore anche dell’attività svolta dai commissari nei concordati non omologati.
Un altro requisito cancellato dalla legge di conversione è quello del possesso di una struttura organizzativa e di risorse necessarie al rispetto dei tempi previsti dal programma di liquidazione. Tale disposizione, forse di non facile attuazione, poteva essere utile per incentivare un processo di specializzazione di professionisti, utile in particolare per le procedure di dimensioni più rilevanti.
Pagamenti al professionista
Con l’intento di avviare un meccanismo virtuoso e contrastare l’eccessiva durata delle procedure (fonte anche di censure comunitarie), le nuove norme allineano l’interesse economico dei creditori a quello del curatore, prevedendo che il tribunale non possa liquidare acconti a favore del curatore, se non dopo che lo stesso abbia presentato un progetto di riparto parziale.
Solo in presenza di giustificati motivi il curatore può richiedere un acconto in assenza del piano di riparto. In questo caso appare ovvio ritenere che il provvedimento giudiziale di autorizzazione non potrà esimersi dall’esaminare puntualmente i motivi della deroga, motivando le ragioni che giustificano il pagamento.
Il termine per il programma
Al fine di accelerare la procedura fallimentare, la legge di conversione ha confermato i nuovi termini del programma di liquidazione – l’atto con cui il curatore individua le attività da sviluppare per una efficiente liquidazione del patrimonio fallimentare – introdotti dal decreto legge.
Il curatore, già tenuto a predisporre il programma entro 60 giorni dalla redazione dell’inventario, non può in ogni caso superare il termine di 180 giorni a decorrere dalla sentenza dichiarativa di fallimento. Tale termine veniva, infatti, frequentemente derogato, essendo nella prassi spesso rinviato a dopo la verifica dei crediti, come avviene per la relazione in base all’articolo 33 della legge fallimentare.
Le nuove norme stabiliscono invece che, in caso di mancato rispetto del termine senza giustificato motivo, il curatore può essere revocato dall’ ufficio.
L’obiettivo è ridurre i tempi delle procedure, in linea con la previsione europea di ragionevole durata del processo, anche al fine di evitare gli indennizzi per irragionevole durata che viene riconosciuta in cinque anni (sette anni per le procedure più complesse), come evidenziato dalla Cassazione (sentenza 10233/2015, sesta sezione civile). Si tratta quindi di novità importanti se si considera che, fino a pochi anni fa, la durata media era di oltre 9,5 anni, con punte superiori ai 20.

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