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Fallimenti, banche tutelate

di Debora Alberici 

Il patto di compensazione dà diritto alla banca di trattenere le somme incassate per conto del cliente a prescindere dal momento in cui questo è fallito. E cioè anche se il credito dell'istituto è precedente la procedura concorsuale. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza numero 17999 del 1° settembre 2011, ha respinto il ricorso di un'azienda che, dopo l'ammissione al concordato preventivo, chiedeva alla banca la restituzione di alcune cambiali da questa incassate e trattenute in virtù di un credito precedente lo stato di dissesto dell'azienda. Sul punto la prima sezione civile ha ribadito che «in tema di anticipazione su ricevute bancarie regolata in conto corrente, se le relative operazioni siano compiute in epoca antecedente rispetto all'ammissione del correntista alla procedura di amministrazione controllata, è necessario accertare, qualora il fallimento (successivamente dichiarato) del correntista agisca per la restituzione dell'importo delle ricevute incassate dalla banca, se la convenzione relativa all'anticipazione su ricevute regolata in conto contenga una clausola attributiva del diritto di incamerare le somme riscosse in favore della banca (cosiddetto patto di compensazione o, secondo altra definizione, patto di annotazione ed elisione nel conto di partite di segno opposto)».

Solo in questa ipotesi, infatti, la banca ha diritto a compensare il suo debito per il versamento al cliente delle somme riscosse con il proprio credito, verso lo stesso cliente, conseguente a operazioni regolate nel medesimo conto corrente, a nulla rilevando che detto credito sia anteriore alla ammissione alla procedura concorsuale ed il correlativo debito, invece, posteriore, poiché in siffatta ipotesi non può ritenersi operante il principio della «cristallizzazione dei crediti». Con la conseguenza che né l'imprenditore durante l'amministrazione controllata, né il curatore fallimentare, ove alla prima procedura sia conseguito il fallimento, hanno diritto a che la banca riversi in loro favore le somme riscosse (anziché porle in compensazione con il proprio credito).

I giudici hanno anche bocciato gli altri motivi di ricorso presentati dall'azienda cliente incluso quello sulle prove.

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