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Fallimenti in altalena per effetto della riforma

Insolvenze aziendali in altalena: nel 2018 risulteranno in calo del 4% rispetto all’anno precedente, toccando il minimo da sette anni a questa parte. Ma la tendenza non sarà replicata né nel 2019, anno per cui è atteso un aumento dei default aziendali del 2%, per la prima volta da quattro anni; né tantomeno nel 2020, per il quale al netto della riforma delle procedure concorsuali, è atteso un ulteriore incremento del numero dei fallimenti pari al 5%. Aumento che, appunto, il nuovo Codice potrebbe far impennare.

È Andrea Pignagnoli, analista economico di Euler Hermes Italia, società del gruppo Allianz, specializzata nell’assicurazione crediti, a spiegare a ItaliaOggi Sette stime e aspettative sulle insolvenze, anche alla luce del Codice sulla crisi di impresa e dell’insolvenza (Ccii), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 38 del 14/2/2019, che dispiegherà i suoi effetti dal 2020. Quantificare l’impatto della riforma è difficile, spiega Pignagnoli, tuttavia un effetto ipotizzabile sarà quello di «attrarre anche buona parte delle liquidazioni volontarie».

Tornando alle previsioni, nel 2018, stessa sorte delle insolvenze aziendali «è prevista per le altre procedure concorsuali diverse dal fallimento, che si ridurranno anche a causa di interventi normativi che nel corso degli ultimi anni ne hanno limitato molto l’utilizzo. Questo trend non è purtroppo destinato a confermarsi nel 2019», aggiunge Pignagnoli che spiega: «Le cause di questa inversione sono da ricercare nel rallentamento della crescita della nostra economia, e a condizioni di accesso al credito più stringenti in seguito alla fine annunciata delle misure legate al Qe della Banca centrale europea e all’aumento del differenziale fra i rendimenti dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi. In base alle nostre statistiche interne, il 2018 mostrerà comunque degli andamenti non in sincronia fra le varie regioni italiane».

In dettaglio: non beneficiano del trend positivo delle insolvenze Lazio, Sicilia e Calabria e alcune aree, come la Bergamasca, dove le procedure sono aumentate con un’accelerazione a dicembre. Altre regioni che avevano già registrato un record negativo nel 2017, come la Sardegna, avranno un leggero rimbalzo in positivo nel 2018. «Ragguardevole, invece, il calo dei default in Trentino, ai minimi storici da cinque anni», dice l’esperto di Euler Hermes passando poi ad analizzare i settori: fra quelli «maggiormente impattati, possiamo citare il commercio, che risente della limitata propensione al consumo degli italiani e soprattutto della concorrenza dell’e-commerce; e le costruzioni, per le quali il 2018 è stato un anno nero, che ha visto il default di alcuni dei principali player nazionali a causa di una cattiva gestione del circolante e della sottovalutazione del rischio di credito in alcuni paesi esteri».

«Un altro segnale non confortante è rappresentato dall’aumento delle chiusure volontarie delle attività in bonis per prevenire i default», sottolinea Pignagnoli. «Questo è un segno di sfiducia che di regola va in direzione opposta al trend dei fallimenti, come conferma la nostra analisi sul 2018, ma che non fa presagire scenari positivi per il 2019. Altra nota dolente è la durata delle procedure concorsuali, specie nelle regioni meridionali, che penalizza ancora di più i creditori che non hanno fatto ricorso a strumenti di tutela del rischio commerciale».

Nel frattempo, come anticipato, la riforma del fallimento è legge: «Nel nuovo codice della crisi d’impresa si sostituisce il termine fallimento con l’espressione “liquidazione giudiziale”, in conformità a quanto avviene in altri Paesi europei e», dice Pignagnoli, «si attivano meccanismi di allerta sul modello del Chapter 11 statunitense, che hanno lo scopo è di ridurre la durata e i costi delle procedure concorsuali, salvaguardando il più possibile la continuità e il valore dell’azienda stessa». La nuova procedura, che potrebbe attrarre parte delle liquidazioni volontarie, oltre alla recessione tecnica, confermata dai due trimestri negativi consecutivi, e le nubi sull’economia nazionale, «fanno dunque temere un rimbalzo del numero delle insolvenze nel corso del 2019. Le continue revisioni al ribasso delle previsioni del pil al quale stiamo assistendo, di regola comportano una crescita del numero delle procedure, seppur con effetto ritardato, probabilmente spostato al 2020, per il quale al netto della riforma delle procedure concorsuali, ci attendiamo un ulteriore incremento del numero dei default», conclude Pignagnoli. «Più colpite ovviamente le aziende di piccole e medie dimensioni, meno solide, sottocapitalizzate e che faticano ad accedere al credito e a concorrere sui mercati internazionali».

Roxy Tomasicchio

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