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Fallimenti, a ognuno il suo

di Federico Unnia  

La violazione delle norme sulla par condicio in materia di procedure concorsuali non configura un abuso di diritto. Ne costituisce dimostrazione la possibilità di differenziare i creditori per classi e quindi di prevedere un trattamento differenziato per ciascuna di esse. Ne consegue che il creditore possa perseguire un ulteriore risultato rispetto alle sue spettanze e competenze per compensare il rischio insito nell'operazione finanziaria cui ha partecipato. È questo l'innovativo principio stabilito dalla Corte di cassazione con la recente sentenza n. 3274/2011, depositata lo scorso 11 febbraio (est. V. Zanichelli) nella complessa vicenda legata al concordato di una società di capitali che aveva svolto funzioni di tesoreria in favore di diversi comuni della regione Campania. La causa verteva su una proposta di concordato fallimentare, che avrebbe attribuito solo ad alcuni creditori vantaggi ulteriori e specifici rispetto agli altri creditori. La sentenza, che ha visto accolta la difesa e la linea interpretativa portata avanti dallo Studio Mercanti Dorio, incaricato della difesa con gli avvocati del Foro napoletano Chianese e De Angelis, in favore della società proponente il concordato, ha affrontato le più rilevanti problematiche derivanti dalla riforma in materia di concordato fallimentare. In particolare, definendo il ruolo del curatore fallimentare, ha affermato che lo stesso, quale organo della procedura, non può essere considerato parte processuale in senso sostanziale, e pertanto non è legittimato ad opporsi all'omologa di concordato né ad impugnare il provvedimento di omologazione. Con riguardo ai creditori il cui voto determina l'approvazione o il rigetto della proposta di concordato, la Corte ha negato rilievo al problema dei conflitti di interesse tra gli stessi nell'espressione del voto, affermando che ciascun creditore votante è portatore di un interesse egoistico, insindacabile da parte del Giudice. Attiene sempre al ruolo e ai poteri dei diversi protagonisti della procedura di concordato, sottolineano i giudici della Suprema Corte di Cassazione, l'esclusione, stabilita dalla sentenza in commento, di un diritto in capo al Tribunale di valutazione, nel merito, della convenienza della proposta di concordato. «Per quanto riguarda i contenuti della proposta di concordato, di particolare significato appare la decisa esclusione, affermata dalla Suprema corte, dell'obbligo di suddividere i creditori in classi omogenee di interessi; la pronuncia sottolinea in particolare che tale obbligo, contraddetto del tenore letterale della normativa, esporrebbe la procedura alla discrezionalità non normata del giudice», dichiara a ItaliaOggi Giuseppe Mercanti. In tema di abuso dello strumento del concordato, negato nella fattispecie decisa, la pronuncia ha affermato il principio secondo cui è certamente censurabile, e va considerato come abuso, il ricorso formulato per fini diversi da quello proprio dell'Istituto del Concordato Fallimentare, e cioè di risolvere la crisi d'impresa approvata dalla maggioranza dei creditori; tale impostazione esclude peraltro che il perseguimento da parte del proponente del concordato (sia esso un creditore che un terzo) di interessi egoistici e speculativi, e le motivazioni che hanno indotto ciascun creditore a esprimere il voto, sia espresse che presumibili, possano costituire una utilizzazione distorta dell'Istituto. «La Suprema corte sottolinea che la riforma della legge fallimentare ha ricondotto il ruolo del giudice nelle procedure concorsuali alla naturale funzione di garante della legalità del procedimento, restituendo ai creditori le decisioni relative alla tutela sostanziale dei propri interessi», conclude Mercanti.

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