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Falle nel software e addio al Pentagono l’ora buia di Google

Qualcuno, quando le note dei Beatles hanno dato il via all’evento, non è riuscito a trattenere le risa. In effetti la scelta di Help, colonna sonora per annunciare in grande stile a New York il Pixel 3, è sembrata quasi ironica.
Perché il “D-Day” di Google, da giorni strombazzato come la definitiva risposta del gigante di Mountain View ai suoi potenti avversari (Apple e Amazon in primis), è stato funestato alla vigilia dall’ennesima falla informatica: che ha messo a rischio i dati di 500 mila utenti di Google+, il social network della real casa californiana.
Come non bastasse, nel giorno del grande evento Google ha dovuto anche annunciare il definitivo fallimento della sua partnership con il Pentagono.
Dopo aver già rinunciato qualche mese fa a un altro contratto con il ministero della Difesa, ieri ha fatto sapere che non parteciperà al bando per il progetto Jedi (Joint Enterprise Defense Infrastructure) per i servizi cloud delle forze armate degli Stati Uniti. Un affare del valore di 10 miliardi di dollari, che prevede la migrazione su cloud commerciali di tutti i dati del Pentagono. «Non partecipiamo al bando prima di tutto perché non abbiamo rassicurazioni sul fatto che Jedi rispetterebbe i nostri principi sull’Intelligenza Artificiale», la motivazione ufficiale di Google, una mossa che risponde alle crescenti pressioni dei lavoratori della Silicon Valley (e in genere delle aziende hi-tech) sull’utilizzo delle nuove tecnologie per scopi militari, che sta coinvolgendo ad esempio anche lo sviluppo dei cosiddetti “robot killer”.
Una vittoria che la Tech Workers Coalition, sorta di nuovo sindacato nato per “dare più voce ai lavoratori dei gruppi digitali” ha subito rivendicato via Facebook: «Google aveva tutte le intenzioni di partecipare a questo appalto e se possibile di vincerlo. L’unica ragione per cui si sono ritirati è perché i lavoratori hanno preso posizione».
All’evento di New York l’azienda evita accuratamente le polemiche. Il nuovo smartphone (il Pixel 3) presentato insieme al nuovo tablet (2 in 1) e a un display da salotto (Google Home Hub) era l’occasione per rilanciarsi dopo qualche caduta di troppo e sul palco Rick Osterloh — che è a capo della divisione hardware — li ha illustrati con attenzione, ricordando come l’evento cada nel ventennale di vita di Google.
Il clima a Mountain View tuttavia non è dei più sereni. Ad aprile, mentre Mark Zuckerberg veniva interrogato dal Congresso per il caso Cambridge Analytica, e i regolatori europei accendevano i fari sulle violazioni dei dati degli utenti di Facebook, Sundar Pichai, l’amministratore delegato di Google, disse di non essere affatto «preoccupato per il nuovo regolamento sulla privacy» europeo. L’inchiesta del Wall Street Journal sulla falla nel software di Google + racconta una realtà un po’ diversa: i dirigenti di Google che si sono accorti del bug a marzo hanno preferito non rendere pubblico l’accaduto perché avrebbe «sollevato l’immediato interesse dei regolatori». L’azienda ora ha annunciato che Google+ verrà chiuso per i consumatori e resterà attivo solo per le aziende. Questa decisione e il lancio dei nuovi prodotti saranno sufficienti a rilanciare big G nella sua lotta per il predominio digitale? La risposta come sempre dipenderà dai clienti, un po’ scottati dalle ultime vicende. Non che per gli altri “competitor” siano tutte rose e fiori, ma il fatto che Google abbia taciuto (secondo la ricostruzione del Wall Street Journal) una cosa che sapeva almeno da marzo — la falla di sicurezza su Google+ è durata tre anni — nel timore di un nuovo caso Cambridge Analityca non depone a suo favore. Come del resto l’intenzione di ricorrere contro la multa da 4,34 miliardi di euro decisa nel luglio scorso dalla commissione Ue (lo ha rivelato il Financial Times). Che non piacerà certo all’Europa e agli europei.

Alberto Flores D’Arcais

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