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Fake news sulla lotta all’evasione

In Italia, quando si dice evasione, si pensa all’idraulico, al professionista o al negoziante che non rilascia lo scontrino. È una visione un po’ provinciale, provocata ad arte dall’ex ministro delle finanze Vincenzo Visco e dalla cultura di sinistra, con campagne martellanti durate decenni, per colpire politicamente, impoverire, possibilmente ridurre, un ceto produttivo tradizionalmente orientato a votare per il centro-destra. Da allora lavoratore autonomo e piccolo imprenditore sono diventati sinonimi di evasore, soprattutto, nella cultura della sinistra e in quella dominante sui social network.

La realtà è un po’ diversa, se è vero che le multinazionali sottraggono al fisco ogni anno più di mille miliardi di reddito imponibile grazie al trasferimento dei profitti verso stati a tassazione agevolata, i cosiddetti paradisi fiscali. Ci sono paesi, come le Isole Cayman, che ricevono ogni anno 150 miliardi di dollari di questo tipo di trasferimenti, 30 volte il loro pil nazionale. Nelle Isole vergini britanniche questi trasferimenti arrivano a più di 60 volte il pil complessivo del paese. Ma in valore assoluto il premio «spugna d’oro» va ai Paesi Bassi, che assorbono ogni anno oltre 200 miliardi di dollari di profitti altrui (e sono proprio quelli che amano definirsi «Paesi frugali»!).

Se questa è la situazione, è evidente che la recentissima proposta americana di un’aliquota minima sulla tassazione delle società da applicare worldwide, che avrebbe l’effetto di toppare queste enorme voragini che assorbono sempre più reddito imponibile, sottraendolo dai paesi nei quali è stato prodotto, è destinata a trovare non pochi ostacoli. Non è un caso se l’Ocse da anni discute i meccanismi per una più equa tassazione delle multinazionali senza riuscire a cavare un ragno dal buco. Ovvio che i paesi che traggono benefici enormi dall’attuale situazione, ma anche le imprese che hanno fatturati pari a un Paese di media grandezza, si oppongano strenuamente alla modifica dello status quo. Il problema è ancora più grave in Europa dove, per approvare una norma in materia fiscale, è necessaria l’unanimità: Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo e Cipro e gli altri a tassazione agevolata possono quindi fare ostruzionismo molto efficacemente e impedire, di fatto, qualsiasi misura veramente utile contro il tax planning aggressivo.

Ora vedremo se gli americani, che dispongono di numerosi ed efficaci strumenti di persuasione politica, riusciranno con l’amministrazione Biden a superare questa impasse, e a bissare il successo ottenuto dopo la crisi del 2008 con lo scambio di informazioni finanziarie tra i vari stati. L’obiettivo, che allora era quello di evitare i bagni di sangue alle casse pubbliche dissestate dalla crisi dei subprime, oggi è ancora più impellente perché, alla fine della pandemia da Coronavirus, i debiti pubblici di tutti i paesi avranno registrato crescite enormi in rapporto al pil e nessuno si potrà più permettere di lasciare per strada miliardi di dollari di mancate entrate fiscali.

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