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Factoring, conta cessione crediti

Il factoring diventa mandato solo se i servizi accessori risultano prevalenti sulla cessione dei crediti. Così il giudice che accoglie la revocatoria fallimentare deve motivare sull’intero contratto per desumerne l’abuso con cui la finanziaria si sostituisce alla banca. È quanto emerge dalla sentenza 21603/12, pubblicata il 3 dicembre dalla prima sezione civile della Cassazione.

Il ricorso del factor contro la revocatoria è accolto contro le conclusioni del sostituto pg. Bocciata la tesi della Corte d’appello che prefigura un abuso del contratto di factoring, asseritamente sottoscritto fra le parti soltanto per agevolare gli incassi a mezzo del trasferimento fittizio della titolarità dei crediti e nonostante che i debitori ceduti siano primarie imprese di interesse nazionale, perfettamente solvibili. E lo stop si spiega perché il giudice del merito non prende in considerazione anche altre clausole del contratto che invece porterebbero a escludere la sussistenza di un contratto di mandato e non di factoring fra le parti: a ritenere configurabile la prima ipotesi, nel caso specifico, non basta infatti esaminare il regolamento di dare e avere fra le parti sulla base di un conto che viene definito come assimilabile a un conto corrente, con la finanziaria che fa le veci della banca. Bisognava invece esaminare anche le altre clausole, secondo cui la cessione dei crediti risulta avvenuta con il trasferimento in proprietà. È infatti appena il caso di ricordare che il nucleo essenziale del contratto di factoring è costituito dall’obbligo assunto da un imprenditore (cedente o fornitore) di cedere ad altro imprenditore (factor) la titolarità dei crediti derivati o che possono derivare dall’esercizio della sua impresa. Lo strumento formale adoperato è l’istituto della cessione dei crediti regolato dagli articoli 1260 Cc e seguenti. Adesso la parola passa alla Corte d’appello in diversa composizione.

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