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Facebook e Twitter sotto tiro

Quando mette un «like» l’utente medio di Facebook lo fa senza pensarci troppo. Forse non lo sa, ma con quel gesto lui e un miliardo e quattrocento milioni di persone in tutto il mondo (tanti sono gli utenti giornalieri attivi del social network) stanno regalando un tesoro di dati e informazioni alla società fondata da Mark Zuckerberg. Un tesoro che Facebook monetizza vendendolo agli investitori. Cresce la base utenti, aumentano i dati, sale la pubblicità, il conto economico registra ogni anno una crescita a doppia cifra di utili e ricavi e il titolo della società corre in Borsa arrivando nell’elite delle 5 maggiori società quotate al mondo. Finora il copione è stato questo. Poi è scoppiato lo scandalo sull’utilizzo illegale dei dati di 50 milioni di utenti da parte della società di consulenza politica Cambridge Analytica e il mercato ha iniziato a subodorare un cambio di vento.
Lunedì il titolo ha perso in Borsa il 6,77% bruciando in una sola seduta 36 miliardi di dollari di capitalizzazione. Ieri nuovi pesanti ribassi superiori al 5% hanno riportato il titolo sui minimi da settembre. La capitalizzazione della società, che un mese e mezzo fa aveva toccato un massimo storico di 560 miliardi di dollari, è sprofondata sotto quota 480. A pesare è stata la notizia, riportata da Bloomberg, dell’apertura di un’inchiesta da parte della Federal Trade Commission, l’ente federale responsabile della tutela dei dati personali negli Usa, che vuole capire se la società abbia violato un precedente accordo che risale al 2011 in tema di privacy. Se così fosse la società rischierebbe una multa per oltre un miliardo di dollari. Non sarà facile in ogni caso dimostrare che questa violazione c’è stata o se la responsabilità sia da attribuire a Cambridge Analytica. C’è poi un capitolo legato alle conseguenze di mercato dello scandalo. Se Facebook era a conoscenza dell’utilizzo illecito dei dati fin dal 2015 avrebbe dovuto comunicarlo. Considerando l’impatto pesante che la notizia ha avuto sul titolo gli azionisti rimasti scottati potrebbero chiedere i danni alla società.
I contraccolpi sul settore tecnologico legati al tonfo di Facebook, che nella sola seduta di lunedì avevano fatto perdere al comparto oltre 200 miliardi di dollari di capitalizzazione in una sola seduta, ieri sono stati contenuti. I titoli a maggior capitalizzazione come Apple, Microsoft e Amazon hanno recuperato parte delle perdite di lunedì. È rimasto debole invece il titolo della società che, insieme a Facebook, controlla il 60% del mercato della pubblicità online: Alphabet. Le azioni della società che controlla il motore di ricerca Google nelle ultime due sedute hanno perso oltre il 3,5 per cento. C’è poi chi ha subito un tracollo a scoppio ritardato come Twitter. Le azioni del social network, che avevano perso meno della media del mercato lunedì, ieri hanno registrato un crollo superiore all’8 per cento. Stessa sorte per Snapchat, che in due giorni ha ceduto quasi il 12 per cento.
Per i colossi del web, specialmente quelli che hanno fatto la loro fortuna sulla vendita di dati personali a scopi pubblicitari come Facebook, Google o Twitter, il rischio è che lo scandalo che ha coinvolto Cambridge Analytica possa provocare una stretta in tema privacy. Lunedì il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, ha definito le accuse contro Facebook «un’inaccettabile violazione del diritto alla privacy dei cittadini» annunciando un’investigazione formale da parte del Parlamento europeo. In tema di protezione dei dati personali peraltro l’Unione europea ha fatto passi avanti con la nuova e più stringente regolamentazione (Gdpr) in tema di protezione dei dati personali che entrerà in vigore a maggio. Sempre Bruxelles peraltro sta lavorando a una riforma della tassazione sull’economia digitale per contrastare la pratica dell’arbitraggio fiscale molto in voga tra le multinazionali hi-tech americane (Facebook compresa).
La crescita in questi anni dei colossi del web è stata vertiginosa. È il caso in particolare di Facebook che negli ultimi cinque anni ha visto il suo giro d’affari lievitare da 5 a oltre 40 miliardi di dollari. Alla luce degli ultimi scandali e della prospettiva di una stretta in tema di privacy c’è da mettere in dubbio che questa crescita possa continuare a questi ritmi anche nei prossimi anni? Gli analisti delle case d’affari per il momento non sembrano vedere questo rischio all’orizzonte e in questi giorni molti di loro hanno consigliato ai loro clienti di approfittare del crollo del titolo per comprare.

Andrea Franceschi

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