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Facebook-Snap, sfida a Wall Street

Se non puoi conquistare il tuo rivale, allora copialo e schiaccialo. Non è forse un principio da arte della guerra, ma è sicuramente una pagina tratta dal manuale della battaglia per sopravvivere e prosperare nell’hi-tech. Facebook ha gettato in queste ore tutto il proprio peso – tecnologico e di Borsa – nella sfida alla più piccola ma temuta Snapchat.
E se l’ultima parola sul duello nei social media resta da scrivere, lo «schiaffo» rifilato sta risuonando lungo e sonoro a Wall Street. Il titolo Snap negli ultimi giorni è caduto nettamente sotto i valori della sua giornata di debutto con grande fanfara, meno di un mese fa, quale emblema di ottimismo sulla vitalità creativa dell’universo internet e delle Ipo.
A seminare il panico – e la propensione alla fuga – tra gli investitori nella società è stata la notizia che il colosso dei social network ha deciso di rompere ogni indugio e di lanciare nella sua principale «app» caratteristiche tipiche e qualificanti finora della più piccola avversaria: anzitutto messaggi, immagini e video in grado di svanire rapidamente. Ma anche – omaggio forse al fatto che Snap preferisce presentarsi come una complessa «camera company» più che come l’ultimo dei tradizionali social network – l’accesso a migliori servizi di telecamera con filtri e a opzioni di direct-messaging per le foto e i video. In dubbio adesso potrebbe essere tanto il futuro strategico che il presente finanziario del gruppo.
L’epopea di quest’ultimo grande duello sull’innovazione e i nuovi media ha radici ormai lontane. Fu tre anni or sono che il chief executive e fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, offrì tre miliardi di dollari al creatore e amministratore delegato di Snapchat Evan Spiegel per impadronirsene. La sua avance, pur parsa a molti allora congrua, fu però respinta seccamente dalla società, che puntò invece sull’indipendenza fino ad arrivare agli inizi di marzo al debutto a New York Stock Exchange. Anzi allo sbarco più significativo dal re del commercio elettronico cinese Alibaba con l’ambizione di diventare agli occhi di Wall Street la prossima Facebook e non la prossima Twitter, il nuovo caso di successo e non di crisi sulla frontiera di internet.
Ma le avvisaglie di difficoltà non mancavano. Fin dai mesi scorsi la controllata di Facebook, Instagram, aveva varato un servizio concorrente chiamato Stories e che replicava, di fatto oltre che di nome, Snapchat Stories, ideato per facilitare il caricamento e la condivisione di filmati personali per 24 ore. Una mossa che secondo gli analisti aveva già aggravato la frenata nella crescita degli utenti di Snap. Una battuta d’arresto che più delle perdite croniche è oggi, come sempre nei casi della start up tecnologiche, tra le maggiori preoccupazioni degli analisti per il futuro della società. Nell’ultimo anno Snap, casa madre di Snapchat, ha sofferto perdite per 515 milioni e negli ultimi due trimestri ha assistito ad un brusco stop nell’incremento sequenziale degli utenti, scivolato al 7% e al 3,3% dal 14% e 17% della prima metà del 2016.
Sull’altare delle incognite, il titolo Snap dopo lo sbarco in Borsa aveva sacrificato da subito ogni stabilità. Prima del nuovo tonfo, lunedì aveva guadagnato il 4,5% grazie a una raffica di raccomandazioni di acquisto da parte di grandi banche – da Citigroup a Goldman Sachs, da Credit Suisse a Deutsche Bank. Quelle che avevano creduto nel gruppo e sottoscritto il collocamento e che dopo 25 giorni hanno potuto cominciare a pubblicare la loro ricerca sul titolo, non a sorpresa incoraggiante. Il rialzo aveva coronato anche un aumento messo a segno la settimana scorsa, forse in anticipazione del giorno della levata del sipario dai rating, del 16 per cento. In precedenza, tuttavia, l’accoglienza era stata decisamente più fredda. Dopo una quotazione a 17 dollari, sopra il prezzo stabilito, e salutata da un’impennata del 59% nella prima seduta, il titolo era crollato. Era rapidamente finito sotto il valore di apertura di quella seduta di debutto del 2 marzo, 24 dollari, scivolando a un minimo di 19 dollari. Schiacciato dalle perplessità degli analisti indipendenti e dallo spettro incombente della crescente concorrenza di giganti quali Facebook. Ieri ha terminato a 22 dollari.

Marco Valsania

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