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Facebook si autotassa

Facebook riconosce i ricavi pubblicitari nel paese dove vengono prodotti. Con un annuncio a sorpresa del direttore finanziario, Dave Whener, la società ha capovolto ieri le carte in tavola nella partita sulla tassazione digitale.

«Le entrate pubblicitarie realizzate dai nostri team locali», si legge nella nota ufficiale del colosso fondato da Mark Zuckerberg, «non saranno più registrate dalla nostra sede internazionale a Dublino, ma saranno invece registrate dalla nostra società locale nel paese dove sono prodotte».

Con poche righe, dunque, Facebook archivia anni di contestazioni in punta di diritto sull’esistenza o meno di stabile organizzazione e di opportunità di tassare i ricavi lì dove sono prodotti. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, e non un braccio di ferro durato mesi con i paesi Ue e l’Ocse, si afferma ora che «il passaggio a una struttura di vendita locale fornirà maggiore trasparenza ai governi e ai responsabili delle politiche di tutto il mondo che hanno chiesto una maggiore visibilità sulle entrate associate alle vendite sostenute localmente nei loro paesi».

Una riorganizzazione globale della struttura finanziaria del gruppo che rappresenta il primo macro effetto della riforma fiscale Usa. La riforma di Trump, infatti, applicherà alle multinazionali del web un’aliquota al 12,5% costruendogli in pratica il paradiso (fiscale) in casa. Ed è probabile che Facebook sia la prima e che altre società americane percorreranno la stessa strada.

«Ogni paese è unico», continua la nota di Facebook, «e vogliamo essere sicuri di ottenere questo cambiamento. È una grande impresa che richiederà risorse significative da attuare in tutto il mondo. Distribuiremo nuovi sistemi e fattureremo il più rapidamente possibile per garantire una transizione senza interruzioni alla nostra nuova struttura». La riorganizzazione impegnerà il gruppo per tutto il 2018, con l’obiettivo di completare tutti gli uffici entro la prima metà del 2019. La struttura sarà a due teste: «La nostra sede a Menlo Park, in California, continuerà a essere la nostra sede statunitense e i nostri uffici a Dublino continueranno a essere il sito della nostra sede internazionale». L’annuncio di Facebook arriva all’indomani della riforma fiscale Usa e dopo mesi di tentativi di dialogo tra quelli che vengono ormai considerati stati sovranazionali (i cosiddetti colossi del web) e l’Ocse (si veda ItaliaOggi dell’1/11/2017).

L’organizzazione di Parigi ha annunciato entro il 2020 un progetto internazionale sulla tassazione delle multinazionali del digitali. Intervento in agenda anche per l’Europa che proprio il 6 dicembre ha confermato la necessità di adottare soluzioni condivise che portino a una tassazione dei ricavi delle realtà digitali. «Diamo tempo ai Beps di esplicare i propri effetti prima di criticarlo», è stato il commento su Linkedin di Raffaele Russo, responsabile fino al 2015 del progetto Beps.

Intanto il legislatore italiano non sta con le mani in mano. È infatti, come noto, in discussione in questi giorni nella manovra di bilancio 2018 una webtax sui flussi finanziari dei servizi online e dell’ecommerce.

L’amministrazione finanziaria dell’Italia ha sempre affermato l’esistenza di stabili organizzazioni di realtà come Apple, Google, e Amazon, arrivando nel caso Apple a chiudere il verbale con il versamento di 306 mln di euro, nel caso di Google a chiudere un’adesione tributaria da 200 mln di euro circa e in quello di Amazon a una prossima transazione di circa 110 mln di euro. Mentre a luglio 2017 la Guardia di finanza è entrata negli uffici di Milano di Facebook per accessi e verifiche che non si sono ancora conclusi. Uno studio dell’Upb (Ufficio pubblico di bilancio) ha evidenziato che Facebook Italia, nel 2015 ha venduto servizi per 224 mln di euro, ma la filiale italiana ha contabilizzato servizi amministrativi. La maggior parte degli incassi sono stati imputati proprio alla casa madre irlandese e nelle casse dell’erario italiano sono finiti 203 mila euro di tasse nel 2015.

Cristina Bartelli

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