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Facebook, regno delle apparenze

La storiaccia del docente veronese che da otto anni sta passando le pene dell’inferno per colpa di Facebook, dov’è stato etichettato per sempre come iettatore, ha rafforzato la mia diffidenza verso il mondo di Facce e bocche, dire «libro» sarebbe una provocazione eccessiva. Per il libro, si intende. Il poveretto ha avuto il solo torto di raccomandare «stai attento!» a uno studente che, privo del casco, si allontanava da scuola sullo scooter. Qualche mese dopo, il ragazzo purtroppo ha perso la vita in un incidente stradale. Da quel momento le foto dell’insegnante, scattate di nascosto dagli allievi, sono finite in Rete, accompagnate da commenti stomachevoli. Il perseguitato ha dovuto cambiare scuola e far intervenire la polizia postale.

La vicenda obbliga a riflettere sulla natura stessa dei cosiddetti social network. Un mio entusiasta lettore, il professor Alberto Cavicchiolo, anni fa insisteva per mettermi a disposizione gratis la sua Art Valley, un’organizzazione che promuove progetti culturali e forum internazionali, allo scopo di portarmi su Facebook, Twitter e Google+. Secondo lui erano i mezzi di comunicazione del futuro. Rifiutai la cortese offerta, pur non essendo ostile all’informatica, visto che da trent’anni mi destreggio con il computer. È che non mi andava di perdere tempo.

Oggi Cavicchiolo vive fra Emirati arabi uniti, Bahrein, Qatar e Oman, dove fa l’advisor per il mondo arabo di gruppi industriali italiani e locali. Resta su Facebook (vedere alla voce East west intelligent city) ed è diventato il consigliere speciale di un’eroina del mondo arabo moderato, Sheikha Mai Bint Mohammed Al Khalifa, presidente dell’Autorità del Bahrein per la cultura e le antichità, una donna che a Manama ha aperto il miglior museo storico-etnografico del Golfo ed è abituata a battagliare con l’ala più integralista del Parlamento. A lei si deve l’unico progetto culturale aperto nell’intera area islamica, federato con l’Unesco.

Quando nella festività di San Giuseppe ho appreso che papa Francesco, già patito di Facebook, Twitter e Telegram, era sbarcato anche su Instagram (subito l’avevo scambiato per un analgesico contro il mal di testa) e che a pochi minuti dal lancio il suo account Franciscus aveva già raccolto 400 mila seguaci, in gergo follower, mi è stato definitivamente chiaro che Cavicchiolo aveva capito tutto con largo anticipo: l’umanità si sta costruendo una vita parallela sul Web, nell’etere. Non a caso il Pontefice, che in materia di corte celeste non ha rivali sulla terra, in 15 giorni è arrivato a 2,1 milioni di follower, con tanto di benedizione apostolica impartitagli da Mark Zuckerberg, il padrone miliardario di Instagram (oltre che di Facebook).

Confesso che m’è venuta perciò la curiosità professionale di dare un’occhiata a questo Facce e bocche, grazie a un’account messomi provvisoriamente a disposizione da un familiare. Il risultato del giro sulla giostra, affollatissima di parenti, amici, vicini di casa, conoscenti, colleghi, personaggi celebri e illustri sconosciuti, è stato da vertigini già alla sola lettura dei dati biografici, figuriamoci se avessi proseguito nell’approfondimento dei contenuti.

Francesca Immacolata Chaouqui, sotto processo in Vaticano con l’accusa di aver spifferato ai giornalisti i segreti della Santa Sede che aveva giurato (sul Vangelo) di non rivelare ad alcuno, si definisce «alchimista a tempo pieno: pietra filosofale 2.0 in sperimentazione», per cui andrebbe più che altro condannato all’ergastolo chi ha accreditato oltre le mura leonine un soggetto del genere. La commessa di un negozio di cosmetici si qualifica come beauty advisor. I fotografi di matrimoni, battesimi, prime comunioni e cresime sono diventati tutti «photographer».

Quelli che fanno le riprese filmate tutti «video strategist» o video editor. Quelli che non si rassegnano a nessuno dei due ruoli si reinventano creative italian wedding photographer visual storyteller, available worldwide for any destination, photographer visual storyteller, multitasking man in a multitasking world. Chissà perché nel profilo di Gianni Berengo Gardin figurano solo nome e cognome, senza ulteriori qualifiche. S’accontenta d’essere nato.

Un parroco della mia vallata, sembianze da Pino Insegno senza barba, avverte che «ha studiato rompiballe presso Seminario Teologico». Un confratello, alla voce professione, si dichiara «umile servo nella vigna del Signore». Il monsignore che ha in custodia rarissimi codici miniati assicura che «ha frequentato Analfabeta», senza precisare se si tratti di un istituto specializzato, ma dimostrando comunque una goliardica autoironia; il giorno dopo però scopri che ha aggiornato la sua immagine di copertina con l’ansa dell’Adige vista dal balcone di casa e non puoi fare a meno di chiederti che scorci posterebbe se abitasse come il cardinal Bertone in un attico con vista su Roma.

La sorella di un amico, fermatasi alla terza media, millanta di aver «frequentato il liceo linguistico Scipione Maffei». L’estetista si rammarica: «Sono molto lontana dell’essere umano che vorrei essere» e tuttavia si consola prontamente: «Ma ho deciso che non sono tanto male, dopo tutto».

L’artigiana produce «Accessori per la moda presso New York», nel cui stradario non mi risulta tuttavia che esista una «via Monte Fiorino». La consorte del deputato emerito raccoglie vivaci consensi per il suo bikini (ragguardevole, niente da dire). La maestra della scuola primaria s’improvvisa fata madrina e da Cenerentola delle ex elementari si autotrasforma in «impiegata ministero P.I.», che certo fa più fino.

Molto istruttiva anche la storia della morbinosa casalinga di 44 anni, domiciliata nella Bassa veronese, costretta a rivolgersi ai carabinieri per salvarsi dalle crescenti pretese di un sedicente brigadiere capo dell’Anticrimine conosciuto su Facebook. L’uomo, residente in provincia di Lecce, era già riuscito a estorcerle seimila euro e due cellulari con la minaccia di divulgare su Internet le foto a luce rossa che l’incauta signora gli aveva inviato.

Ho avuto un sobbalzo allorché, fra i sei Stefano Lorenzetto presenti su Facebook, è comparso il mio account, rubricato nella categoria «personaggio pubblico». Non sono io, giuro. O, meglio, sono io ma non c’entro nulla: come specifica una nota provvidenziale, «questa pagina è creata automaticamente in base agli interessi degli utenti di Facebook», nella fattispecie è stata copiata dalla voce biografica presente su Wikipedia. Mi ha consolato apprendere che tale pagina è correlata, fra le altre, a Unesco World Heritage Swiss Alps Jungfrau-Aletsch, ghiacciaio delle Alpi bernesi a 4.158 metri di quota, collegamento piuttosto inspiegabile per un dattilografo che considera la poltrona un indumento.

Ma questo è Facebook, bellezza, e tu non puoi farci niente, neppure se ti capita d’incappare nel profilo di Marco Prato, il mostro che a Roma, dopo essersi imbottito di cocaina e altre schifezze, voleva provare che effetto faceva torturare e uccidere un uomo, e c’è pure riuscito, ahinoi, con la collaborazione di un altro disgraziato, Manuel Foffo. Eppure il primo ci notifica che «ha studiato marketing e organizzazione di eventi presso Inseec Paris, France» e il suo profilo online è tutto un fiorire di cuoricini, petali di rosa, faccine sorridenti e love you, per non parlare del filmato di lui che canta come Dalila mentre sta guidando l’auto. Il secondo ha avuto la decenza di togliersi dalla bacheca prima che lo arrestassero. In compenso su Facebook è presente il suo avvocato, Michele Andreano, che riceve «complimentiiiiiii» per come parla in tv e vanta fra i propri amici «Pazienza Salvatore, Comandante presso Arma dei Carabinieri», il che equivale a una garanzia, tenuto conto che l’eclettico legale difende anche Alex Boettcher, lo schizzato condannato a 37 anni per gli agguati con l’acido.

Facce e bocche ha fatto fortuna così, offrendo una vetrina planetaria a un’accolita di narcisisti, megalomani, millantatori e frustrati Monsù Travet, che possono finalmente uscire dall’anonimato e mettersi in mostra.

Si autogratificano con frasi punteggiate da esclamativi (mai meno di tre) e cascate di «sei bellissima», «che figo», «complimenti», «ti adoro», «stupendo», «meraviglioso». Oppure si offendono con insulti sanguinosi, magari talvolta un po’ giustificati, tipo quelli che si leggono nella pagina del predetto Prato: «che schifo di persona» (Michael Fiaschetti, 2.958 «mi piace»); «ma come cazzo puoi dire: volevo provare ad uccidere? Drogato di merda» (Lele Arini, 1.278 «mi piace»). Facebook è paragonabile all’Autobianchi Y10 reclamizzata da Catherine Spaak e Stefano Tacconi negli anni Novanta: piace alla gente che piace.

I social network hanno corretto il cogito ergo sum cartesiano: non penso, però appaio, dunque sono. «Tutta apparenza», dicevano i nostri nonni, e suonava come una sentenza inappellabile, giacché, si sa, l’apparenza inganna. Oggi invece c’è un solo modo per esistere: farsi vedere, mostrarsi. Stiamo celebrando il giubileo dell’apparenza, appunto, più che quello della misericordia, e la prima quasi mai contempla la seconda. Se non sei su Facebook, non sei una faccia, e neppure una bocca che ha qualcosa da dire: non sei nessuno. Ma se non sei nessuno, che senso ha campare? L’apparenza è diventata l’unica certificazione dell’esistenza in vita, conta molto più della carta d’identità, dell’affetto dei propri cari e del rispetto per sé stessi.

Stefano Lorenzetto

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