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Facebook portato in giudizio

NEW YORK — Il crollo di lunedì e martedì, col valore della società appena arrivata in borsa che aveva perso il 18,4% in due sedute, ha fatto emergere gravi anomalie nell’Ipo di Facebook e ha provocato una cascata di denunce davanti ai tribunali di New York e della California, mentre sono partite le indagini delle authority che sorvegliano i mercati: la Sec e la Fira, l’organo di autoregolamentazione di Wall Street. A Washington, al Congresso, tanto la Camera dei Rappresentanti quanto il Senato hanno avviato delle inchieste preliminari.
Ieri, col titolo del maggior social network mondiale che ha riguadagnato un po’ del terreno perduto (ha chiuso a 32 dollari rispetto ai 38 del collocamento di venerdì, con un recupero del 3,23% sul giorno prima), i capi della società di Menlo Park hanno tirato un mezzo sospiro di sollievo: forse il peggio è passato. Ma la gestione dell’Ipo rimane fallimentare e la massiccia e ormai inarrestabile offensiva legale che si è scatenata nelle ultime 36 ore ha investito in pieno Facebook, lo stesso Mark Zuckerberg e la Morgan Stanley, la banca d’affari specializzata in Ipo di società tecnologiche che ha guidato il collegamento.
Diversi azionisti hanno denunciato anche Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Bank of America, gli istituti che hanno partecipato al collocamento in una posizione subordinata: l’accusa, formulata in California, è quella di aver fornito indicazioni sulle mutate prospettive reddituali di Facebook solo a una parte della loro clientela. Nel mirino dei ricorsi in tribunale anche il Nasdaq, la Borsa tecnologica di New York, che venerdì mattina ha registrato gravi malfunzionamenti e un black-out di mezz’ora: incidenti che hanno compromesso la regolarità delle contrattazioni, con danni di milioni per molti investitori. Mentre il Nasdaq si scusa coi clienti ma non prende impegni per quanto riguarda gli indennizzi, la rete televisiva Cnbc ieri sera ha diffuso una notizia clamorosa: il New York Stock Exchange, la Borsa di Wall Street concorrente del Nasdaq, avrebbe proposto a Facebook di trasferire la sua quotazione da un mercato all’altro, visti i problemi avuti col Nasdaq. Ma ora le denunce e le indagini sono concentrate soprattutto su quanto avvenuto prima della quotazione di venerdì scorso: a cominciare da Facebook che il 9 maggio, a «road show» già iniziato, corregge in corsa il prospetto dell’Ipo abbassando le previsione di redditività. A quel punto Morgan Stanley, alla quale questo collocamento dovrebbe portare commissioni per circa 100 milioni di dollari, avverte, ma solo alcuni, del cambiamento delle prospettive di profitto. La banca, poi, nonostante questo negativo mutamento dello scenario aziendale, decide di aumentare ugualmente il volume delle azioni offerte al mercato e il loro prezzo.
«Ci siamo comportati come negli altri collocamenti», si difende Morgan Stanley in un asettico comunicato. Facebook replica, a sua volta, che le denunce ricevute «sono prive di merito, le contesteremo con molta determinazione». Ufficiosamente le banche coinvolte fanno sapere che la «forchetta» dei prezzi è stata alzata perché la domanda di titoli prima del collocamento era stata elevatissima: nei soli Stati Uniti era stato richiesto un volume di azioni venti volte superiore alla quantità che Facebook aveva deciso di mettere sul mercato. Ma evidentemente erano acquisti in larga misura speculativi. «E nessuna società seria — dicono ala Greylock Partners, una delle prime finanziarie a investire in Facebook — costruisce la sua posizione sul mercato sulle posizioni degli speculatori».
Così sono partite le denunce a raffica: a partire da quella avviata a New York dallo studio legale Lief Cabraser Heimann che cerca di costruire una vera class action accusando Facebook e Morgan Stanley per il prospetto informativo dell’Ipo, giudicato lacunoso e privo di informazioni essenziali.

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