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Facebook non ferma la caduta. Accuse agli «amici» banchieri

NEW YORK — Il titolo Facebook continua a sprofondare anche con la Borsa che ieri, a New York, è stata in ripresa per gran parte della giornata, prima del nuovo allarme-Grecia che ha azzerato tutti i guadagni a pochi minuti dalla chiusura: in appena due giorni chi ha comprato le azioni della società di Mark Zuckerberg ha visto il valore del suo pacchetto ridursi di un quinto. Acquista una sinistra concretezza la battuta satirica pronunciata venerdì scorso del comico Jimmy Fallon: «Da questa settimana potete comprare azioni Facebook. Bene, così, finalmente, potrete perdere tutti i vostri soldi nello stesso posto in cui perdete tutto il vostro tempo».
Ieri al Nasdaq il titolo ha vissuto un altro giorno di caduta libera: dopo l’11% perso lunedì, martedì Facebook ha chiuso a meno 9. Emesso a oltre 38 dollari, ora l’azione ne vale appena 31. Qualcuno sostiene che a questo prezzo potrebbe anche valere la pena comprare, mentre altri criticano il trionfalismo che ha caratterizzato il roadshow e l’ingresso in Borsa di Facebook. Un’eccitazione che ha spinto il grosso degli investitori a trascurare il fatto che la società, valutata oltre 104 miliardi di dollari il giorno dell’esordio nel mercato, oggi ha ricavi per appena 3,7 miliardi mentre i profitti non superano il miliardo.
E adesso la polemica sul ruolo delle banche che hanno curato l’Ipo lascia il campo a un vero e proprio «giallo»: perché analisti di Morgan Stanley, la banca che ha guidato il collocamento, abbassarono le previsioni di crescita degli utili di Facebook proprio alla vigilia del collocamento? Perché la stessa Facebook modificò «in corsa» (il 9 maggio) il prospetto inviato alla Sec, la Consob americana, spiegando che la crescente tendenza di molti utenti a collegarsi al social network via smartphone peserà negativamente sui ricavi pubblicitari, visto che le inserzioni viste sul telefonino sono considerate meno incisive? E perché, nonostante tutto ciò, Facebook e le banche decisero ugualmente, proprio alla vigilia dell’inizio delle contrattazioni, di allargare il volume dei titoli offerti e di alzare il prezzo fissandolo al livello più alto — 38 dollari — della nuova «forchetta», «gonfiata» rispetto a quella di 28-35 dollari che era stata inizialmente sottoposta agli investitori?
Morgan Stanley non ha dato spiegazioni né l’ha fatto Scott David, l’analista che ha emesso il verdetto negativo nei confronti della società californiana. Il problema non è, comunque, solo quello del giudizio dato dall’esperto della banca d’affari: anche JPMorgan Chase e Goldman Sachs — altre due banche che hanno partecipato al collocamento, sia pure in posizione subordinata — hanno rivisto al ribasso le loro stime. Il nodo centrale riguarda la gestione di queste informazioni: ci si chiede perché non siano state usate per calmierare i prezzi, ma, soprattutto, chi sia stato messo al corrente dei dati aggiornati. Certamente non il pubblico nel suo complesso, ma probabilmente nemmeno tutti i clienti dell’istituto che avevano chiesto di comprare azioni. Il sospetto è che l’informativa sia stata inviata solo ai grandi investitori e ai clienti principali dell’istituto, lasciando gli altri all’oscuro. Insomma, nuovi dubbi sul funzionamento e la trasparenza delle Ipo in quella che dovrebbe essere la piazza più trasparente, regolamentata e tutelata del capitalismo mondiale.
Se nei giorni scorsi era finito sotto accusa il dilettantismo del fondatore di Facebook («Zuckerberg disdegna gli investitori e lo ha dimostrato presentandosi da loro con la felpa o rifugiandosi in bagno e costringendoli a lunghe attese» ha scritto Forbes. «Fosse stato per lui non avrebbe nemmeno quotato la società»), adesso tocca soprattutto alle banche. Che hanno incassato ricche commissioni, hanno allargato l’offerta di titoli fino ai limiti del sostenibile e poi hanno abbozzato un’azione di sostegno solo nella giornata di venerdì, quella dell’esordio.
Per Zuckerberg piove sul bagnato: non solo il calo del suo patrimonio teorico a 16 miliardi di dollari (dai 20 di venerdì) vanifica il sorpasso su Page e Brin di Google, nella classifica dei miliardari: ora subisce anche l’attacco di Larry Page che lo accusa di tenere in ostaggio gli utenti di Facebook e di concorrenza poco leale con Google.

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