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Facebook a Londra (dopo Google). E sulle tasse è scontro Schäuble-May

Se tre indizi fanno una prova, qui siamo persino a quattro. Dopo Amazon, Apple e Google, stavolta tocca a Facebook. Cinquecento nuovi posti di lavoro a Londra entro l’anno prossimo. Ingegneri, esperti di marketing e di vendite, analisti di dati, project manager. Un aumento secco della forza lavoro del 50% (attualmente il social network ha mille dipendenti nella capitale britannica, tra cui diversi italiani). «Il Regno Unito resta uno dei posti migliori in cui stare per un’azienda tecnologica», ha motivato la scelta Nicola Mandelsohn, la top manager al timone di Facebook in Gran Bretagna. Contestualmente ha annunciato anche una nuova sede nell’effervescente e creativo quartiere di Fitzrovia.

L’annuncio segue di pochi giorni quello di Google. Tremila nuovi posti di lavoro entro due anni, a Londra, per il colosso di Mountain View. Ingegneri, informatici, sviluppatori. A marzo invece era stato il turno di Amazon. Mancavano tre mesi al referendum per la permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione europea e l’azienda di e-commerce, diretta emanazione di Jeff Bezos, aveva scommesso sul Regno Unito mettendo in cantiere 2.500 nuovi posti. Si disse che la vittoria del «Leave» avrebbe provocato un immediato dietrofront. Al contrario. Ai primi di luglio Amazon ha colto tutti di sorpresa. Altri mille posti tra Manchester, Londra, Cambridge, Edimburgo e Leicestershire. Informatici, ma anche operatori nella logistica. Amazon ora ha 15.500 dipendenti in Inghilterra. A fine settembre Apple ha fatto altrettanto. Nuove assunzioni: 1.400. E il trasferimento in zona 2, nella simbolica centrale elettrica ormai abbandonata di Battersea. Otto miliardi di sterline di investimento per contenere i 6.500 dipendenti dell’azienda di Cupertino, che ha convertito Londra nel suo principale hub europeo. Verrebbe da chiedersi: che fine hanno fatto le Cassandre che, post-Brexit, annunciavano un graduale disimpegno delle multinazionali dalla City ?

In filigrana possiamo osservare che molto è da ascrivere alla politica fiscale che ha in programma di attuare la neo-premier britannica Theresa May. Conservatrice, liberale. Proprio ieri ha fatto trapelare che potrebbe fare concorrenza alla soglia del 12,5% per la «corporate tax» fissata dall’Irlanda. L’aliquota applicata agli utili d’impresa, è nel Regno Unito al 20%. L’idea originaria era di abbassarla al 17%. Ora May ipotizza di ritoccarla al 14% (anche se il suo portavoce si è affrettato a smentire), che renderebbe il Regno Unito il più appetibile per le imprese nel consesso del G20.

La sortita proveniente da Downing Street ha fatto inalberare i tedeschi. Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha lanciato un pesante avvertimento a Londra chiamata a rispettare le regole comunitarie: «La Gran Bretagna è ancora un Paese dell’Unione europea», ha precisato. Preoccupato per il dumping (fiscale) che potrebbe provocare la decisione di ritoccare al ribasso la tassazione sulle imprese. «Tutto si gioca sul negoziato tra Ue e Gran Bretagna. O i Paesi membri si muovono compatti oppure il rischio è davvero che il Regno Unito riesca ad attrarre la maggioranza degli investimenti in Europa. Due sono i cardini: fare leva sull’interesse britannico per l’armonizzazione europea sul risparmio per pretendere il rispetto delle regole del mercato unico», dice Stefano Simontacchi, esperto di fiscalità internazionale, managing partner dello studio BonelliErede.

Un’analisi condivisa da Marco Gubitosi, responsabile della sede di Londra di Legance, che pone l’accento sul capitale umano: «Londra già rappresenta un’eccezione culturale. Perché è una città globale, con una forza-lavoro capace di competere con New York, Palo Alto e Singapore». Con una fiscalità di vantaggio sarebbe inarrivabile. Al netto delle scelte che faranno le grandi banche. Secondo Eugenio Romita, partner e responsabile del dipartimento Tax dello studio Gattai, Minoli Agostinelli, alcuni istituti potrebbero ripensare la politica sui finanziamenti alle imprese spostando una parte delle attività in Europa: «Per non incorrere in un fisco più penalizzante gli interessi attivi sui prestiti erogati verranno riscossi dalle filiali nella Ue, che godono di un’aliquota zero e un’imposta sostitutiva dello 0,25% per le tasse indirette» .

Fabio Savelli

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