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Facebook fa peggio di Lehman

Facebook peggio di Lehman Brothers. Nei tre mesi dopo la quotazione a Wall Street, lo scorso 18 maggio, il social network ha bruciato 50 miliardi di capitalizzazione di mercato, più di quanto la banca americana abbia perso nell’intero anno prima del crack del 2008. E il valore di Borsa continua a calare: ieri si aggirava appena sotto i 40 miliardi di dollari, il giorno dello sbarco sul Nasdaq aveva toccato i 104,1 miliardi. Anche il calo del titolo sembra inarrestabile e colleziona un minimo storico dietro l’altro, viaggiando ad anni luce dal prezzo di collocamento (38 dollari per azione) e dal massimo toccato nella prima seduta (45 dollari per azione): ieri le azioni sono scivolate al di sotto dei 18 dollari, con un ribasso del 2% circa nel durante, al record negativo di 17,55 dollari.
A Wall Street si cominciano a cercare i responsabili per la débacle della società. Sui media americani è partita una sorta di «caccia al colpevole»: per Forbes la colpa è del fondatore Mark Zuckerberg, troppo ambizioso e inesperto, per il New York Times l’imputato numero uno è David Ebersman, direttore finanziario del social network, la persona che avrebbe spinto sempre più in alto il prezzo di collocamento e a livelli ingiustificati (la forchetta inizialmente ipotizzata era tra i 29 e i 34 dollari per azione) e colui che, con la sua gestione finanziaria starebbe sollevando dubbi tra gli investitori sull’affidabilità dell’azienda. Non è dello stesso parere l’investitore miliardario Mark Cuban, che sul suo blog definisce «ridicole» le accuse e punta invece sul fatto che Ebersman è riuscito con l’Ipo a raccogliere 10 miliardi di dollari.
Al di là di commenti e analisi, a contare sono i fatti. Ed è un fatto che due delle maggiori banche che hanno guidato lo sbarco in Borsa di Facebook sono ora scettiche sulle sue prospettive. Morgan Stanley ha tagliato l’obiettivo di prezzo per i prossimi 12 mesi del 16% da 38 a 32 dollari per azione, anticipando un progressivo ribasso del titolo al di sotto dei 17 dollari, Jp Morgan Chase ha rivisto al ribasso il target price da qui alla fine del 2013 del 33%, da 45 a 30 dollari. Entrambi gli istituti, che subito dopo l’Ipo erano stati tra i più ottimisti sul futuro del social network, hanno abbassato le stime sul fatturato nel lungo periodo, puntando l’indice contro un previsto calo delle inserzioni pubblicitarie e un minore interesse da parte degli utenti. Già la settimana scorsa Bank of America Merrill-Lync e Bmo Capital avevano ridotto le stime sul prezzo del titolo (rispettivamente da 35 a 23 dollari e da 25 a 15 dollari per azione).
A preoccupare non è tanto la revisione, quanto il fatto che sia arrivata dai sottoscrittori dell’Ipo: solitamente gli analisti delle banche che lavorano a più stretto contatto con un’azienda hanno una migliore conoscenza della sua struttura e del modo in cui opera. Doug Anmuth, analista di Jp Morgan, spiegando la decisione di cambiare le stime, ha scritto in una nota che c’è margine di crescita, anche per quanto riguarda la pubblicità e i videogiochi online, ma «le dinamiche attorno al social gaming sono cambiate, il contesto è molto competitivo». E in questo scenario, l’ipotesi migliore è che Facebook torni a 38 dollari per azione. Un’ipotesi che, alla luce dei valori toccati ieri, sembra quanto mai lontana.

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