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Facebook diventa amico del fisco pagherà nei Paesi dove incassa

Facebook cede (almeno in teoria) alla pressione per obbligare i giganti del web a pagare le tasse. Il social network di Mark Zuckerberg ha deciso di rivoluzionare la propria organizzazione aprendo reti di vendita pubblicitarie nei singoli Paesi dove opera e accettando di registrare lì i ricavi – e non a Dublino come aveva fatto finora – e di versare in loco le imposte. «Crediamo che questa scelta garantisca maggior trasparenza ai governi e alle autorità che avevano chiesto più visibilità sulle nostre entrate», ha scritto in un post Dave Wehener, direttore finanziario di Menlo Park.
I magheggi contabili tra Irlanda, Olanda, Lussemburgo e paradisi fiscali vari di Google, Facebook & C. – calcolano gli esperti della Ue – hanno sottratto agli erari dell’Unione 5,4 miliardi di entrate in tre anni. Difficile però che in futuro – se tutti seguiranno l’esempio del social network rientrino tutti. Facebook ha già introdotto nel 2016 in Gran Bretagna la fatturazione in loco della pubblicità. Risultato: le entrate sono quadruplicate da 210 a 842 milioni di sterline, ma l’utile è salito solo marginalmente da 52 a 58 milioni e le tasse versate al fisco di Sua maestà sono cresciute “ solo” da 4,2 a 5,1 milioni, grazie all’utilizzo di sgravi legati alle remunerazioni dei dipendenti.
Il governo Gentiloni – che guida la crociata per la web tax in Europa – preferisce guardare comunque al bicchiere mezzo pieno: «Quella di Facebook è una decisione molto positiva che va nella direzione giusta: assicurare che i redditi siano dichiarati e tassati nei paesi dove vengono prodotti » , dicono fonti del ministero dell’Economia. La società di Zuckerberg fattura in Italia secondo le stime di mercato circa 700 milioni, ma la triangolazione con Dublino (cui gira gli incassi) le ha consentito di iscrivere nel bilancio 2016 solo 9,3 milioni di ricavi. Un piatto di noccioline che le ha consentito di versare all’alle Entrate solo 260mila euro di imposte. Se fosse applicata a Facebook Italia la tassa del 6% sul giro d’affari ipotizzata da Bruxelles per i big del web, il Tesoro dovrebbe riscuotere da Menlo Park circa 42 milioni l’anno.
Il passo indietro di Zuckerberg rompe comunque il fronte degli “ottimizzatori fiscali” hi-tech formato da Google, Amazon, Apple, Twitter & C. che finora era stato granitico nel respingere al mittente le richieste di ravvedimento erariale arrivate dalla Ue. Gli ultimi affondi dell’Europa hanno convinto però Facebook a fare un passo indietro: l’Unione – guidata in questa partita da una pattuglia di volonterosi con Italia, Germania, Francia e Spagna in prima linea, ha costretto Dublino a chiedere a Apple 13 miliardi di tasse arretrate e lanciato il piano web tax. La Guardia di finanza di casa nostra ha visitato qualche mese fa il quartiere generale tricolore di Menlo Park per verificare la situazione contabile del gruppo. E Facebook, alla fine, ha fatto una mezza retromarcia.
Una rondine però non fa primavera. Anche perché le armi a disposizioni dei direttori finanziari di Zuckerberg per limitare le imposte anche con la nuova struttura sono parecchie. La prima, quella più semplice, è caricare sui bilanci delle filiali di tutti i Paesi non solo più entrate ma anche più costi: in Facebook Uk, la nuova filiale britannica, gli organici sono stati gonfiati da 400 a 1.500 persone in pochi mesi, le spese sono raddoppiate e l’aumento delle uscite ha finito per limitare la crescita dei profitti e di conseguenza – delle tasse.
Non solo. Il comunicato della società precisa che nei singoli Paesi saranno registrati solo i ricavi degli spot «venduti dalla rete locale». Come dire che le grandi cifre incassate grazie alle campagne centralizzate delle multinazionali saranno con ogni probabilità registrate ancora dove conviene, vale a dire o a Dublino o nel Delaware negli Usa.
La moral suasion di Roma, Parigi, Berlino e Madrid ha però almeno sortito un primo timido risultato. « Molto di più in ogni caso di quanto ha portato a casa finora l’Ocse – dice il fiscalista Tommaso di Tanno – che a parole è sempre stato favorevole al giro di vite fiscale sui big del web, ma in realtà ha fatto sempre gli interessi degli americani». Le cifre in ballo sono impressionanti. Il tesoretto di liquidità custodito nelle casse di Google, Facebook, Amazon ed Apple grazie ai profitti internazionali non ancora tassati è pari a circa 400 miliardi, un quarto del pil dell’Italia e quanto basterebbe a pagare tutto il debito greco.

Ettore Livini

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