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Facebook debutta al Nasdaq

NEW YORK
Il prezzo è ufficiale ed entra negli annali di Wall Street: Facebook, tenendo fede alla promessa di un collocamento da record, ha annunciato il pricing dei suoi titoli a 38 dollari, il massimo della “forchetta” stabilita. E debutterà oggi al Nasdaq in un clima di parossistica attesa e nervosismo: nonostante i 104 miliardi di capitalizzazione di mercato di partenza (cifra senza precedenti per un’Ipo di un big Usa) molti operatori scommettono che nel primo giorno di scambi saprà salire ancora sulle ali dell’entusiasmo.
Ma non è mancato un giallo. Fino all’ultimo, secondo indiscrezioni, i vertici del social network capitanato dal 28enne Mark Zuckerberg hanno discusso con banche e investitori un incremento del prezzo di sbarco, venendo invece respinti da inviti alla prudenza. Un pricing superiore a 40,55 dollari avrebbe trasformato l’initial public offering del 18% del gruppo nella più grande di sempre in America, superando i 19,65 miliardi raccolti da Visa. A 38 dollari Facebook è comunque seconda, con 18,4 miliardi compresa la green shoe. E la market cap iniziale vale altri primati: è pari a 103 volte gli utili dei dodici mesi a fine marzo, stracciando il multiplo di 69 di Google al termine della sua giornata di debutto. Detto altrimenti: gli investitori pagano 110 dollari per ciascuno dei circa 900 milioni di utenti di Facebook, che al momento generano solo 4 dollari a testa.
La vera domanda da 100 miliardi che serpeggia sul mercato, così, non riguarda tanto la valutazione. Riguarda la capacità di Facebook di far crescere le entrate pubblicitarie: sono il suo motore, l’85% d’un giro d’affari da 3,7 miliardi nel 2011. Per legittimare le valutazioni le revenue dovrebbero marciare verso un simile traguardo, cento miliardi, entro fine decennio. Nel primo trimestre di quest’anno, al contrario, hanno frenato.
Le perplessità circolano negli stessi ambienti finanziari: fonti di Wall Street hanno confessato al Sole 24 Ore che se Facebook è un’azienda di chiaro successo diverso è il discorso sul valore in Borsa. Oltre che sul modello di business, affiorano dubbi sulla saturazione degli utenti, almeno nei redditizi paesi sviluppati, e sulla penetrazione nei gadget mobili. Qualche investitore giudica un più consono valore del gruppo vicino ai 60 miliardi. Anche numerosi insider del social network, che dovrebbero trovarsi miliardari se già non lo erano, hanno scelto di moltiplicare le vendite dei loro titoli nell’Ipo.
L’interrogativo sul futuro delle entrate non ha facili risposte. L’azienda si sta espandendo: investe in tecnologia e studia nuovi canali di business. In Nuova Zelanda sperimenta servizi a pagamento per sottolineare i messaggi degli utenti agli “amici”. Sta lanciando un negozio online per programmi ed è entrata nello storage. La pubblicità resta tuttavia il grande nodo. Le imprese sono soddisfatte delle pagine gratuite su Facebook. Meno di remunerare il social network: con Gm, che ha ritirato inserzioni giudicate inutili, altri colossi scettici vanno da Home Depot a Wells Fargo e Merck. «È uno dei più potenti meccanismi per promuovere un brand, ma non è un meccanismo pubblicitario», ha detto Martin Sorrell, ceo di Wpp, al New York Times. Facebook vende anche segmenti di audience, ma le aziende ritengono le informazioni inadeguate.

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