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Facebook «confonde» Wall Street

Diciannove miliardi di dollari per comprare WhatsApp sono l’equivalente di quattro volte la capitalizzazione di BlackBerry, venticinque acquisizioni di Instagram e il costo di due sottomarini nucleari. Tanto vale per Facebook l’ingresso in 450 milioni di smartphone che ogni mese si collegano all’applicazione di messaggeria instantea più popolare del mondo. In pratica per ogni utente Mark Zuckerberg ha sborsato 42 dollari. Molto, forse troppo per i mercati che ci hanno messo un po’ ad apprezzare la mossa del big boss di Facebook come la più ricca operazione della Silicon Valley degli ultimi tredici anni (solo Aol-Time Warner hanno saputo fare di meglio).
In realtà a leggere bene i termini dell’accordo Facebook pagherà 4 miliardi in denaro, 12 miliardi in azioni (quasi 184 milioni di titoli) e altri 3 miliardi di dollari in azioni vincolate, date direttamente a dipendenti e fondatori di WhatsApp, che però si sbloccheranno tra quattro anni. A festeggiare saranno quindi i co-fondatori di WahtsApp Jan Koum e Brian Acton il venture capital Sequoia Capital che nel 2011 ha fatto il colpo del secolo investendo 8 milioni di dollari.
Più perplessi sono rimasti alcuni investitori del colosso di Menlo Park quando hanno saputo che il signor Zuckerbger prima di dare il suo benestare all’operazione ci ha pensato solo un paio di giorni. In realtà gli analisti questa operazione l’avevano in parte prevista. Da alcuni mesi la supremazia di casa Zuckerberg è stata a più riprese messa in discussione. E proprio da servizi come WeChat e WhatsApp che hanno mostrato tassi di crescita a tre cifre. WeChat, per fare un esempio, nel 2013 secondo il Global Web Index ha segnato un balzo del 379 per cento. Tassi di crescita che i social network più popolari non conoscono da anni. Ma oltre ai servizi di chat e messaggeria instantenea sono le reti sociali regionali a sostenere accelerazioni. I piccoli Facebook indiani e cinesi che forti della lingua stanno conoscendo un successo straordinario.
Chi ne paga le conseguenze sembra essere proprio Fb che nelle rilevazioni del Pew Research Center che monitora l’ecosistema dei social network si conferma sì la piattaforma più popolare del mondo ma anche la più anziana. Ad alimentarla ci sarebbero infatti principalmente le generazione più agée. Il 45% delle persone con più di 65 anni, secondo lo studio, è più affezionato alla rete di Mark Zuckeberg. In pratica, i nonni e le nonne su Fb sono aumentati del 35% rispetto al 2012. Conclusione? Servono giovani. Ma più che altro, avrà pensato il miliardario in felpa, servono nuovi utenti attivi su smartphone, la piattaforma che garantisce più ricavi in termini pubblicitari.
In questo contesto non sembra essere stato un errore guardare a WhatsApp, un’applicazione che va fortissimo soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Parliamo di India, Brasile, Messico, e più in generale di Sudamerica. Il vantaggio è legato alla tecnologia dell’app che consente di scambiarsi messaggi, video e altro via smartphone senza richiedere connessione a internet costante. In pratica, funziona anche in quelle zone dove la copertura della banda larga è limitata. Questo spiegherebbe i tassi di crescita che nell’ultimo anno hanno bagnato il naso al mega-social network di Zuckerberg. E spiega anche l’interesse di Fb che nei Paesi emergenti è meno popolare.
Dal 2009 a oggi Zuckerberg ha staccato un numero importante di assegni per diventare a tutti gli effetti una mobile company. L’aggregatore di aggiornamenti in tempo reale, Friendfeed gli è costato 15milioni di dollari in contanti e 32,5 milioni in azioni. Una batterie di piccole startup tra le quali Snaptu e l’italiana Glancee, pagate una cifra compresa tra i 60 e i 70 milioni di dollari. Instagram che è stata finora l’acquisizione più costosa di Facebook: un miliardo di dollari, tra cash e titoli. L’anno scorso sembravano una cifra astronomica. Oggi rispetto ai numeri di WhatsApp è davvero poca cosa.

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