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«Facebook cancelli i messaggi simili a quelli illeciti»

Il giudice di uno Stato membro può ordinare a Facebook di rimuovere le informazioni memorizzate con un contenuto equivalente ad altre dichiarate in precedenza illecite e estendere gli effetti dell’ingiunzione a livello mondiale. E questo anche quando la direttiva 2000/31 sul commercio elettronico prevede un’esenzione dalla responsabilità del prestatore di servizi non a conoscenza dell’attività o dell’informazione illecita. Lo ha stabilito la Corte di giustizia Ue con la sentenza depositata ieri (causa C-18/18) che rafforza il potere di intervento degli Stati e gli obblighi di rimozione dei social network, estesi a informazioni a contenuto equivalente per il nome o per il contenuto riportato, senza però imporre su Facebook un obbligo generale di sorveglianza.

A chiedere l’intervento degli eurogiudici è stata la Corte suprema di Vienna investita di una controversia tra la presidente austriaca del gruppo parlamentare dei Verdi e Facebook Irlanda, sede europea della piattaforma. Un utente di Facebook aveva condiviso un articolo di una rivista online inserendo un commento con contenuti considerati diffamatori. La deputata aveva ottenuto dal tribunale austriaco un’azione inibitoria contro Facebook che aveva disabilitato l’accesso in Austria al contenuto pubblicato inizialmente. Nodo della questione è se il provvedimento inibitorio potesse essere esteso anche a dichiarazioni identiche o di contenuto equivalente dei quali Facebook non era a conoscenza. L’articolo 14 della direttiva 2000/31, infatti, esclude la responsabilità del prestatore di servizi di hosting se non è a conoscenza dell’attività o dell’informazione illecita o se agisce immediatamente per la rimozione o la disabilitazione all’accesso. Tuttavia, per la Corte Ue, anche se Facebook non è responsabile in base alla direttiva, gli Stati membri possono adottare ingiunzioni per tutelare la vittima di un illecito. D’altra parte – osserva la Corte – l’articolo 18 della direttiva attribuisce un «potere discrezionale particolarmente ampio» agli Stati nella previsione di ricorsi o procedure che portino all’adozione dei provvedimenti necessari per «porre fine a qualsiasi presunta violazione» o danni agli interessati. L’assenza di un obbligo generale, d’altra parte, non include gli obblighi di sorveglianza «in casi specifici», necessari a impedire la trasmissione rapida di informazioni illecite e memorizzate da Facebook.

Detto questo, però, Lussemburgo chiarisce che Facebook o altri prestatori di servizi di hosting non sono destinatari di un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano, così come non hanno un obbligo generale di ricercare attivamente commenti illeciti. Per gli eurogiudici, infatti, l’ingiunzione adottata dalle autorità nazionali per tutelare effettivamente la reputazione e l’onore di una persona, estesa anche alle informazioni equivalenti, non può condurre a un «obbligo eccessivo imposto al prestatore di servizi di hosting». Di conseguenza, la sorveglianza e la ricerca imposta a Facebook dovrà essere limitata alle informazioni che contengono elementi specificati nell’ingiunzione, senza un obbligo di valutazione autonoma del social network che – precisa la Corte – «può ricorrere a tecniche e mezzi di ricerca automatizzati».

Marina Castellaneta

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