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Facebook alla sbarra negli Usa Il «cartello» con Netflix e altri big

L’anno nero di Mark Zuckerberg sembra non finire mai. Il Washington Post scrive che Karl Racine, procuratore del District of Columbia, responsabile politico del dipartimento di Giustizia dello Stato, ha fatto causa a Facebook sul caso Cambridge Analytica, lo studio britannico di consulenza politica. Nel marzo scorso Christopher Wylie, ex collaboratore della società, rivelò che nel 2014 Cambridge aveva sottratto circa 87 milioni di profili custoditi nei server di Facebook. Quei dati personali furono poi usati, all’insaputa dei diretti interessati, dal comitato elettorale di Donald Trump e della Brexit. È la prima iniziativa giudiziaria. Racine farà causa a Facebook perché «non è stata in grado di proteggere la privacy dei suoi utenti statunitensi». Oltre 214 milioni negli Usa, circa 2,2 miliardi in tutto il mondo.

Ma non basta. Il New York Times ha esaminato «centinaia di pagine», ricavate da documenti interni all’azienda, raggiungendo questa conclusione: «Nel 2017 Facebook ha condiviso le informazioni personali degli iscritti con più di 150 società». Il social fondato da Zuckerberg, per esempio, ha consentito a Bing, il motore di ricerca di Microsoft, «di vedere i nomi virtualmente di tutti gli amici dei navigatori su Facebook, senza il loro consenso». Netflix, la società di produzione televisiva e cinematografica, e Spotify, musica online, «hanno potuto leggere i messaggi privati postati sugli account di Facebook».

L’inchiesta pubblicata dal quotidiano americano ha almeno tre implicazioni. La prima, naturalmente, è la sistematica violazione della riservatezza dei navigatori e dei loro amici. Nessuno li ha informati che i loro messaggi, opinioni, scambi di idee sarebbero diventati merce utilizzata da altre società. La seconda chiama in causa la trasparenza del mercato. Di fatto Facebook aveva costruito una sorta di cartello verticale con altri big della comunicazione, alleandosi con i produttori di contenuti (Netflix e Spotify appunto), big dell’ecommerce (Amazon) e con i motori di ricerca (come Bing e Yahoo), catalizzatori della pubblicità online. Lo scambio era semplice: Facebook smistava i profili riservati e i partner incoraggiavano i loro clienti a frequentare la piattaforma del social. Un circolo che faceva crescere i contatti, i consumatori di film, musica e altro e, quindi, i fatturati pubblicitari.

Ma probabilmente la ricaduta più importante, a questo punto, sarà politica. Il 10 aprile scorso Zuckerberg si era presentato davanti alla Commissione Commercio del Senato. Erano proprio i giorni dello scandalo Cambridge Analytica. Zuckerberg si impegnò a garantire «il massimo rigore» sull’identità degli utenti.

Ieri Steve Satterfield, direttore della «privacy and public policy» di Facebook, ha sostenuto che l’azienda non ha mai violato l’accordo del 2011, sottoscritto con la Federal Trade Commission: è vietato condividere i dati dei sottoscrittori senza il loro consenso.

Ma il vero problema, ora, è che nel Congresso cresce la spinta verso regole più rigide. Anche Facebook finanzia la politica, sebbene in modo marginale. Negli ultimi 12 anni ha versato 7 milioni di dollari, sia ai democratici che ai repubblicani. Il Senatore democratico Bill Nelson ha ricevuto 10 mila dollari da Facebook tra il 2014 e il 2018. Ma ora è tra i critici più severi. Ad aprile aveva avvisato Zuckerberg: «Ci aspettiamo che rimediate a questa situazione, altrimenti lo faremo noi».

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