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Facciamo subito gli eurobond

di Marcello Messori

Grazie all'impulso del Presidente della Repubblica, il Parlamento italiano ha approvato in tempi rapidi la manovra di aggiustamento che dovrebbe portarci al pareggio del bilancio pubblico nel 2014. Questo risultato, che è stato rafforzato dalla necessaria revisione in aumento dei saldi inizialmente previsti, non ci mette però al riparo dalle pressioni dei mercati finanziari. Anche nella versione definitiva, i contenuti della manovra hanno un elevato rischio di non modificare le previsioni negative degli investitori internazionali rispetto alla (in) capacità dell’Italia di consolidare il proprio bilancio pubblico e di soddisfare — poi — il nuovo Patto europeo di stabilità e crescita e i nuovi principi di coordinamento macroeconomico fra gli Stati membri dell'Unione monetaria europea. Il rinvio Le ragioni fondamentali dell'insufficiente credibilità dell'iniziativa governativa sono, ormai, note. La scelta di rinviare al biennio 2013-2014, ossia al dopo-elezioni, il peso dell'aggiustamento e le ipotetiche iniziative di stimolo alla crescita economica costituiscono, già di per sé, un incentivo per gli speculatori a scommettere subito contro l'Italia in quanto tale scommessa può fruire di un lungo interregno (più di un anno) per imporsi come scelta di successo. Inoltre, anche nei giorni di massimo sforzo per approvare la manovra, il governo non ha saputo mascherare le proprie lacerazioni interne dando, così, l'impressione di considerare il risultato raggiunto come un punto di arrivo piuttosto che come un primo e parziale passo per il rafforzamento strutturale del nostro sistema economico. A ciò si aggiunga che — sul piano dei contenuti — vari elementi della manovra comprimono i consumi delle fasce di reddito basso e medio (interventi su assistenza e pensioni) e aggravano le inefficienze nell'allocazione della ricchezza finanziaria delle famiglie (imposta sui depositi titoli) senza migliorare la competitività internazionale delle nostre imprese. Il rischio è, perciò, una riduzione del già insufficiente potenziale di crescita e della coesione sociale dell'Italia. Il circolo vizioso Questi difetti della manovra diventano drammatici se inseriti nelle vicende dell'Ume, di cui il nostro Paese rappresenta il terzo più importante membro. Nonostante la relativa stabilità del rapporto italiano fra deficit pubblico e Pil dopo il 2005, gli ultimi dieci giorni hanno trasformato l'alto debito pubblico italiano in un fattore di rischio sistemico che ha spinto i differenziali di rendimento fra i titoli sovrani italiani e i bund tedeschi a massimi storici. L'ingresso dell'Italia fra i Paesi a rischio dell'Ume ha innescato un pericolosissimo circolo vizioso. Esso ha prodotto un salto di scala nei problemi di gestione del debito sovrano dell'area, che ha reso ancora più esplosiva la manifesta incapacità dei maggiori Stati membri dell’Unione monetaria di elaborare un intervento sistematico per fronteggiare la crisi greca e portoghese e controllare le tensioni degli altri Paesi periferici; l'impotenza europea ha reso ancora più inadeguati i nostri fragili tentativi di consolidamento del bilancio pubblico. Se il Consiglio europeo non perverrà subito a un piano sistematico per la gestione dei debiti sovrani e se l'Italia non darà subito un segnale di vitalità, l'incertezza e l'instabilità dei mercati renderanno inadeguati i saldi della nostra manovra e mineranno la credibilità e il futuro della stessa costruzione dell'euro. Per quanto riguarda l'Italia, rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori dovrebbero sfruttare il recente miglioramento delle loro relazioni per superare il decennale ristagno della produttività, che rappresenta uno dei principali freni alla crescita macroeconomica. Un'ipotesi potrebbe essere quella di subordinare i contratti salariali a tassi programmati di crescita della produttività del lavoro. Per quanto riguarda l'Unione monetaria, l'aggravarsi del problema dei debiti sovrani richiede soluzioni cooperative e radicali. La mossa da fare Come sostenuto da Juncker e Tremonti e da Mario Monti nel dicembre del 2010 e come ribadito qualche giorno fa da Amato e Verhofstadt, la più efficace di queste soluzioni consiste nell'emissione di eurobond da parte di uno dei meccanismi di sostegno già operativi o già varati dall'Ume. Come ho mostrato anche sulle pagine del Corriere, sarebbe sufficiente affidare due compiti al meccanismo di sostegno prescelto (per esempio, l'Esm): (1) l'emissione di titoli europei sui mercati finanziari, con garanzia congiunta di tutti i membri dell'Ume, fino a un valore massimo pari al 60%del Pil dell'area; (2) il conseguente acquisto dei titoli pubblici degli Stati membri in difficoltà sia all'atto dell'emissione che sul mercato secondario. Grazie alla garanzia congiunta, l'Esm sarebbe in grado di collocare i titoli europei a tassi di interesse bassi (allineati a quelli tedeschi). Con le risorse così raccolte, esso potrebbe acquistare titoli greci, portoghesi, spagnoli e italiani a prezzi molto più elevati rispetto alle quotazioni attuali. Una soluzione del genere consentirebbe una modesta riduzione nel valore nominale dei titoli pubblici dei Paesi periferici mediante l'utilizzo di meccanismi di mercato (forme d'asta), una diminuzione negli oneri finanziari e nell'ammontare del debito di questi Paesi, un coinvolgimento volontario dei privati. Se si rendesse conto che l'euro è ormai sull'orlo del baratro, anche la Germania e i Paesi a essa legati dovrebbero trovare conveniente un simile intervento di salvataggio.

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