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Extradeficit da 13-14 miliardi, manovra da 0,5% di Pil

Un tendenziale che lima all’1,6% il rapporto fra deficit e Pil per il prossimo anno che porterebbe fino a quota 13-14 miliardi il deficit «aggiuntivo» da mettere in campo nel 2017 per raggiungere il livello sostanziale del 2,4% (2% più 0,4% aggiuntivo) annunciato martedì sera dal governo con il via libera alla nota di aggiornamento al Def. È questo l’ultimo ritocco al documento, per tutta la giornata di ieri ancora al centro dei lavori tecnici chiamati anche a fissare il dato finale sulla pressione fiscale: per il 2016 viene confermata la discesa al 42,6% (42,1% al netto del bonus di 80%), mentre per l’anno prossimo a legislazione vigente si stima la risalita di un decimale. Il Governo conta però di determinare una ulteriore limatura del peso delle tasse con le misure previste in manovra, a partire dallo stop alle clausole di salvaguardia Iva e introducendo ulteriori misure di alleggerimento per le imprese (prima di tutte l’Iri). Nell’ambito di una manovra che dovrà valere lo 0,5% di Pil per centrare l’obiettivo 2017.
Il deficit aggiuntivo collegato alla NaDef pubblicata ieri sul sito del Mef e attesa la prossima settimana in Parlamento equivale a 9,6 miliardi (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) ricavabile dallo 0,2% di indebitamento della Pa in più rispetto all’obiettivo programmatico del Def di aprile (1,8%) e dallo 0,4% di voci fuori Patto Ue (sisma e migranti) rientranti nelle cosiddette «circostanze eccezionali». Un margine che si amplia ulteriormente considerando la “flessibilità” già accordata da Bruxelles nella scorsa primavera al momento dell’approvazione del Documento di economia e finanza. All’epoca lo scarto tra “programmatico” e “tendenziale” era dello 0,4 per cento. Che ora con l’aggiornamento del quadro macroeconomico e quindi del deficit depurato dagli effetti del ciclo e dalle una tantum scende a quota 0,2% (3,6 miliardi). In tutto, quindi, 13-14 miliardi.
A oggi, in realtà, questo approdo non è scontato. Il governo «va avanti con il rispetto pieno delle regole europee», come ha confermato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan intervistato ieri dal Tg2, e questo implica un doppio passaggio: occorre ottenere dal Parlamento, a maggioranza assoluta delle due Camere,l’autorizzazione a chiedere in Europa lo 0,4% aggiuntivo rispetto al 2% indicato nella nota di aggiornamento. A motivare la richiesta sono due fattori, cioè il fenomeno migranti e il sisma, ma su entrambi la partita appare ancora aperta: un deficit aggiuntivo dello 0,2% per la questione migranti replicherebbe di fatto la situazione dello scorso anno, mentre l’altro 0,2% per il sisma, come riconosciuto dallo stesso presidente del Consiglio, è legato alla possibilità concreta di spendere nel 2017 l’intera cifra (4 miliardi). Il risultato, chiarisce in ogni caso Padoan, arriverà «in pieno accordo con le autorità europee», a conferma che l’idea della “rottura”, circolata in via ipotetica nel dibattito dei giorni scorsi, continua a non fare breccia nelle stanze dell’Economia.
Un’altra voce al centro delle attenzioni europee è quella del deficit strutturale che in base al documento aggiornato resta anche nel 2017 all’1,2%, senza scostamenti rispetto al livello di quest’anno. La discesa inizierà dal 2018 per arrivare allo 0,2%, in sostanza al pareggio di bilancio, nel 2019. La crescita del deficit, sostiene il titolare di Via XX Settembre, «non ci preoccupa perché è la conseguenza di un quadro internazionale deteriorato, con minore crescita e minore inflazione». A certificare l’effetto delle scosse geopolitiche è la stessa Nota che misura nello 0,5-1% in mancata crescita (biennio 2016-2017) il colpo assestato dalla Brexit. L’inflazione piatta è inoltre una delle cause del mancato cambio di rotta del debito, che quest’anno rimane indicato al 132,8% della ricchezza nazionale rimandando l’appuntamento con la prima limatura (al 132,5%) al prossimo anno. Il debito pesa ovviamente sulla spesa corrente anche in termini di interessi, frenati dal Qe di Mario Draghi: quest’anno le spese per questa voce si sono attestate al 4% del Pil e il Governo punta a un decalage che le porterà al 3,4% nel 2019. Un fattore importante per tagliare il passivo è rappresentato dalle privatizzazioni, che però quest’anno si fermano solo allo 0,1% del Pil, e che tornano a puntare in alto (0,5%) nel 2017. «L’indebitamento – ha ricordato Padoan – serve a finanziare gli investimenti pubblici» che nel periodo 2016-2019 dovrebbero attestarsi al 2,3% del Pil.
Il quadro macroeconomico tendenziale per il 2017-207 ha otttenuto la validazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che prò vede rischi sulla realizzazione effettiva delle previsioni di crescita e inflazione per il 2018 e il 2019.

Marco Mobili
Gianni Trovati

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