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Export, tassi, bilanci: check up ai grandi Paesi

di Fabrizio Galimberti

C'è molto pessimismo in giro per quanto riguarda il futuro dell'economia. E non solo: in gioco non è solo l'economia. C'è un malessere dell'anima nel mondo occidentale, che va oltre gli alti e bassi del ciclo. Nel 1968 il malessere che sfociò nei moti della Sorbona e si estese poi a tutta l'Europa aveva avuto origine in America, nelle manifestazioni degli studenti sui campus di San Francisco. Oggi le prime avvisaglie si sono avute in Spagna con gli indignados e in America i movimenti anti-Wall Street coagulano le frustrazioni legate a una recessione ostinata che non ha voglia di finire e che rende difficile trovare lavoro. Le tensioni latenti legate a una globalizzazione di cui si conoscono più i costi che i benefici stanno venendo al pettine e si mescolano con le ansie da crisi dei debiti sovrani in una miscela che può rivelarsi esplosiva. Ragione in più per cercare di guardare freddamente alle cifre per capire a che punto siamo in questa complicata fase dell'economia mondiale. Analizzando alcuni dati-chiave esaminiamo punti di forza e di debolezza per cinque Paesi: Usa, Giappone, Germania, Francia e Italia.

Usa

L'economia americana non soffre di crisi da debiti sovrani, pur avendo una situazione di finanza pubblica peggiore di quella media dell'eurozona: l'America è sempre l'America e il suo ruolo di bene rifugio è rimasto immutato, malgrado il declassamento dei suoi titoli pubblici. Questo ha permesso (vedi tabella) ai tassi d'interesse di rimanere bassi. Non solo i rendimenti sui T-Bond sono bassi, ma anche quelli sui mutui immobiliari: la promessa di mantenere i tassi a breve vicino allo zero ancora per almeno due anni e la recente "operazione Twist" assicurano un basso costo del denaro per famiglie e imprese. Certo, se un cavallo non ha sete, è difficile indurlo a bere, ma ci sono segni che la domanda dei consumatori (vendite di auto) e delle imprese (ordini di beni capitali) tiene. Tutto sommato l'economia Usa resiste, una ricaduta è improbabile e l'export è un punto di forza.

Giappone

L'economia mondiale ha sofferto in questi ultimi anni, ma quella giapponese è stata particolarmente sfortunata. È stata colpita da due eventi inattesi, uno tragico per gli abitanti e l'altro tragico per i conti degli esportatori. Il terremoto e lo tsunami di inizio marzo, con le code nucleari, hanno lasciato sul campo morti, feriti e distruzioni, creando interruzioni in una catena di offerta che, perfetta sulla carta, si è rivelata fragile di fronte ai disastri naturali. Allo stesso tempo, crescendo l'avversione al rischio, è venuto meno quel carry trade che teneva lo yen debole, e la moneta giapponese si è rafforzata fortemente, indebolendo la competitività-prezzo degli esportatori. Il costo del denaro non è un problema, il problema sta nel deficit pubblico che continua su alti livelli, anche come disavanzo primario (esclusi gli interessi). Malgrado l'endaka (caro-yen) le esportazioni hanno segnato la migliore performance fra i cinque Paesi esaminati. E c'è un risvolto ai tragici eventi sismico-nucleari: lo sforzo di ricostruzione fornisce uno "stimolo naturale" che impedirà all'economia di scivolare nella recessione.

Germania

Il modello tedesco si è rivelato vincente: malgrado la Grande recessione la sapiente risposta di politica economica della Germania ha portato a una discesa del tasso di disoccupazione, che oggi si situa ben al di sotto di quello che prevaleva prima della crisi. Da tutti i punti di vista la Germania fa figure da prima della classe. Ha saputo cavalcare la domanda di beni capitali proveniente dai Paesi emergenti e, malgrado le critiche rivoltele, ha fornito anche un mercato di sbocco agli altri Paesi dell'eurozona, dato che la sua domanda interna è aumentata più di quella media dell'area euro. Anche la performance delle finanze pubbliche è stata invidiabile. Con un rapporto deficit/Pil inferiore al 2%, ha costituito un magnete per i capitali in cerca d'autore: i tassi sui Bund sono ai minimi storici. La Germania si trova però davanti a una svolta: il suo contributo per la soluzione della crisi dei debiti sovrani è determinante e la cancelliera Merkel deve percorrere un crinale difficile, fra gli imperativi della crisi e le diffidenze del l'opinione pubblica verso il ruolo di "ufficiale pagatore" che molti vorrebbero assegnare alla Germania.

Francia

Ha avuto la più debole risposta dell'export fra i Paesi esaminati, segno di una composizione delle sue esportazioni inadatta al tiraggio dei mercati di sbocco. La tripla A che conserva ancora (assieme alla Germania) le ha permesso di mantenere il costo del denaro a bassi livelli – livelli che, anche se non così bassi come quelli tedeschi, indicano che la Francia è ancora considerata un approdo sicuro. Tuttavia alcuni cominciano a mettere in dubbio la solidità delle finanze pubbliche francesi. Il disavanzo è elevato e, anche se si riduce, è pur sempre su livelli di molto superiori a quelli raccomandati da Trattati e Commissione. Né induce ad avere fiducia un disavanzo primario ragguardevole, del 3 e qualcosa per cento. Anche il tasso di disoccupazione non si riduce, continuando a mantenere alto il malessere sociale, che potrebbe sfociare in quei disordini che trovano un fertile terreno di coltura nell'animo "giacobino" della Francia.

Italia

Le cifre dell'economia italiana disegnano, più che in altri Paesi, zone di luce e ombra. Dal lato delle ombre abbiamo una produzione industriale, che, rispetto ai minimi della Grande recessione, se ne sta tirando fuori con più fatica che altrove. L'Italia è l'unico, fra i Paesi esaminati, con un costo del denaro (titoli pubblici a 10 anni) superiore a quello di inizio crisi. Fortunatamente, gli aumenti sui tassi di BTp e BoT si trasmettono solo lentamente sui tassi per imprese e famiglie, e in ogni caso i livelli di partenza, per il costo del denaro a imprese e mutui, erano eccezionalmente bassi. Ma ci sono anche luci: il mercato del lavoro non è messo male e il tasso di disoccupazione, al 7,9%, è nettamente più basso della media Ue, mentre l'occupazione, se pure di poco, aumenta. Certamente, il problema sta nella qualità, più che nella quantità, dei posti di lavoro, che tuttavia resistono alla recessione. Infine, le finanze pubbliche sono, insieme a quelle della Germania, le meglio situate fra i Paesi esaminati (il saldo primario è in surplus, anche più alto di quello tedesco). E l'export è aumentato come quello tedesco. Il problema italiano sta nell'instabilità politica e nella scarsa credibilità del Governo. Instabilità e "incredibilità" che minano la fiducia interna e internazionale.

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