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Export e innovazione, l’elisir delle nuove aziende

Innovare l’offerta di prodotto e investire per aggredire meglio i mercati internazionali può far crescere a due cifre il fatturato. Non farlo, aspettando che la crisi passi, significa rassegnarsi a un calo consistente del business. La dimostrazione, dati alla mano, viene dal quarto rapporto Rita (Ricerche sull’imprenditorialità nelle tecnologie avanzate) del Politecnico di Milano, che ha preso in esame le capacità di reazione alla crisi delle start up italiane ad alta tecnologia.
Su un sottocampione di 340 imprese, per il periodo 2007-2010, il rapporto evidenzia tassi di crescita del fatturato del 35,65% per chi ha aumentato sia gli investimenti commerciali sui mercati esteri che le spese di ricerca e sviluppo; sono cresciute del 24,99% le imprese che hanno agito solo sull’innovazione di prodotto, del 7,96% quelle che hanno solo investito all’estero. Chi, però, non ha adottato nessuna delle due strategie, ha registrato un calo del business dell’8,55% (si vedano il grafico a fianco e la tabella sottostante con la ripartizione del fatturato tra nazionale e internazionale). Nel complesso, queste 340 imprese hanno comunque aumentato il business del 10,24% tra 2007 e 2010, con significative differenze tra aree geografiche (va molto meglio il Nord–Est: +18,77%) e settori (crescono più i servizi che il manifatturiero: si veda la tabella più a destra).
Per start up italiane ad alta tecnologia si intendono, nel rapporto, le imprese indipendenti – ovvero, non filiali di altre imprese – con meno di 25 anni di età, operanti in settori manifatturieri e di servizi ad alta tecnologia: dall’aerospazio alla robotica, dalle biotecnologie all’e-commerce, dalla componentistica elettronica ai servizi di telecomunicazione, per un totale di oltre venti settori. Lo studio è stato condotto per gli anni dal 2007 al 2010 su un campione di 1.156 start up ancora attive al primo gennaio 2010: un campione rappresentativo delle circa 50mila start up italiane ad alta tecnologia che nel 2007, subito prima della crisi, fatturavano 44 miliardi di euro, pari al 2,86% del Pil. Erano imprese molto dinamiche, che nel 2008 registravano ancora un tasso di crescita del 7,76 per cento. L’anno dopo, la mazzata, con fatturati in discesa del 6,43 per cento; quindi, nel 2010, una moderata ripresa: +2,83% (si veda il trend del fatturato nel grafico più a destra). Nel complesso, si è registrato un tasso di crescita positivo (+3,68%) nel periodo, dovuto soprattutto all’espansione sui mercati internazionali.
Per il 2011, l’Osservatorio Rita ha avuto a disposizione i bilanci di 139 imprese, che hanno registrato una crescita dei ricavi del 13,66%, quasi doppia rispetto all’anno prima: le stime per il 2012, però, parlano di una nuova gelata: -0,75 per cento.
«Difficile dire se la causa della nuova gelata sia solo la forte contrazione della domanda interna, che l’estero non riesce più a bilanciare, o se anche nei Brics si cominci a registrare un rallentamento» commenta Massimo Colombo, docente di economia del cambiamento tecnologico alla School of management del Politecnico di Milano e responsabile dell’Osservatorio Rita. «Due comunque i fatti positivi: le imprese più giovani e di dimensioni più piccole hanno continuato a crescere molto più della media anche nel 2012; ma, soprattutto, continuano a crescere le imprese che non solo sono andate sui mercati internazionali (Cina e India in primis) ma anche con prodotti nuovi; chi ha saputo intercettare una domanda internazionale che c’è, ma cambiando la propria offerta di prodotto per adattarla al nuovo mercato. Questa doppia strategia è la chiave del successo e della crescita».
Sul fatto che la crescita delle economie avanzate possa essere garantita solo da imprese relativamente giovani che operano su settori tendenzialmente in espansione a livello mondiale c’è convergenza internazionale; sono le start up ad alta tecnologia che generano normalmente posti di lavoro e innovazione. Ma quelle che non hanno adottato la doppia strategia di R&S e di internazionalizzazione, perché non l’hanno fatto? «Da un lato non sono state capaci di annusare la crisi in tempo, di rendersi conto che era una crisi di sistema – commenta Colombo –. Il fiuto degli imprenditori è fondamentale, chi aveva già vissuto altre crisi ha avuto maggiore sensibilità. Inoltre, molto dipende dalla disponibilità di risorse, umane e finanziarie: le imprese che avevano maggiore disponibilità, o interna o esterna (supportate da un venture capital), in genere si sono mosse con più agio».

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