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Export e import riaccendono la luce

D’accordo, la giornata lavorativa in più si fa sentire. E anche le maxi-commesse di navi spingono verso l’alto il dato in modo non ripetibile. Ma nel balzo dell’8,3% per l’export extra-Ue di settembre registrato dall’Istat c’è anche dell’altro, con una ripresa degli acquisti di made in Italy che abbraccia più aree del pianeta. Per trovare un dato migliore occorre in effetti tornare a gennaio dello scorso anno, ultimo mese in cui le vendite nei mercati più remoti hanno realizzato una crescita a doppia cifra.
Le vendite di navi di settembre spingono verso l’alto in modo anomalo il dato dell’area africana (+36,6%) e quello dei beni strumentali (+17,1%) ma lo sviluppo delle vendite dei Made in Italy non si limita a questo.
Stati Uniti e Cina rappresentano i motori principali, con una crescita a doppia cifra che rafforza la già robusta performance dall’inizio dell’anno. Washington, in particolare, si avvia nel 2014 a frantumare ogni record di acquisti di prodotti italiani e nei primi nove mesi dell’anno ci ha già garantito un avanzo commerciale di oltre 12 miliardi.
La crescita di settembre, che anche in termini congiunturali destagionalizzati presenta un robusto +4,1%, si estende però anche ad altre aree, dal Medio Oriente alla Svizzera, dall’Africa Settentrionale all’America Centro-Meridionale, invertendo un trend globale che dall’inizio dell’anno nell’intera area extra-Ue vede l’Italia in rosso di un punto.
Le difficoltà del commercio mondiale, frenato dalle tante aree di crisi, sono del resto visibili nel numero dei paesi che presentano acquisti in frenata: sono ben 120 nel 2014, rispetto ai 230 monitorati dall’Istat.
Guardando però ai “clienti” maggiori, le difficoltà principali a settembre restano concentrate in tre aree: il Giappone continua a cedere terreno, ancora appesantito nella domanda interna dall’aumento delle imposte indirette; la Turchia, in difficoltà nel centrare i target di crescita, crolla di quasi 16 punti; la Russia cede il 10,2%. Caduta del rublo e sanzioni incrociate affondano la domanda di made in Italy in arrivo da Mosca, già costata dall’inizio dell’anno 770 milioni di euro in termini di mancate commesse. A questo gap si aggiungono altri 400 milioni persi nei confronti dell’Ucraina, con la sensazione che il bilancio di fine anno non potrà che essere peggiore.
Se comunque in generale gli acquisti di prodotti italiani sembrano globalmente in ripresa, l’altra nota positiva di settembre è visibile dal lato delle importazioni, negative dello 0,4% soltanto a causa dell’ennesimo ridimensionamento del settore energetico. Temperature in aumento, consumi deboli e listini in calo sono il cocktail micidiale che affonda del 16,6% questa voce. Ma escludendo questa voce dal calcolo il bilancio delle importazioni nazionali è di segno opposto: un balzo di oltre otto punti diffuso a beni strumentali e intermedi ma anche a prodotti di consumo durevoli e non. Per l’industria (ad eccezione della fiducia, che è però indice qualitativo) il commercio extra-Ue rappresenta il primo dato Istat di settembre e certamente per poter tornare a sorridere serviranno ben altre conferme in termini di produzione e ricavi; per ora si può osservare in modo “laico” l’esistenza di qualche timido segnale di risveglio.
Si vedrà. Nell’attesa ci portiamo a casa l’ennesimo miglioramento della bilancia commerciale, balzata nei primi nove mesi dell’anno a 16,2 miliardi di euro, cinque in più rispetto allo stesso periodo del 2013 grazie soprattutto al crollo vicino al 20% (-7,5 miliardi) per le importazioni extra-Ue di petrolio e gas.

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